Esicasmo



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ESICASMO



Fuge: esichia come solitudine

Il monaco autentico è chiamato a vivere prima di tutto la solitudine. I Padri del deserto, sottolineano con grande forza la fuga dagli uomini, la necessità cioè di ridurre al minimo il contatto con essi. Si racconta in proposito: «Il beato arcivescovo Teofilo, si recò una volta dal padre Arsenio in compagnia di un magistrato. Chiese all'anziano di udire da lui una parola. Dopo un attimo di silenzio, egli rispose loro: "E se ve la dico, la osserverete?". Promisero di farlo. Disse loro l'anziano: "Dovunque sappiate che ci sia Arsenio, non avvicinatevi"» (Àrsenio 7).

«Il padre Marco disse al padre Arsenio: "Perché ci sfuggi?". L'anziano gli dice: "Dio sa che vi amo. Ma non posso essere contemporaneamente con Dio e con gli uomini. Le schiere celesti che sono migliaia hanno un'unica volontà, mentre gli uomini ne hanno tante. Perciò non posso lasciare Dio per venire dagli uomini"» (Arsenio 13).

Alcuni contatti discreti con il mondo possono essere anche vantaggiosi. Tuttavia solo per quei monaci che hanno acquisito una grande maturità spirituale e ai quali è comandato espressamente da Dio. Ma per lo più il monaco è invitato a garantirsi una zona di calma, di silenzio, di solitudine per ricevere la formazione da parte di Dio e abituarsi alla sua silenziosa presenza.

L'esichia come solitudine non vuol dire solo fuga dal mondo, ma indica pure una certa stabilità in un determinato luogo solitario. Questa esigenza è espressa con un famosa formula che poi è divenuta tradizionale: «Rimani nella tua cella, resta nel tuo eremo, ed essa ti insegnerà ogni cosa» (Mosè 6). «Insegnerà ogni cosa» è la stessa frase che troviamo in bocca a Gesù quando preannunzia la venuta dello Spirito (Gv 14,26). Rimanere nella solitudine della cella è allora apertura allo Spirito, al suo fuoco e alla sua luce. L'abbà Macario l'Egiziano lega insieme la fuga dagli uoniini e il restare in cella: «Il padre Isaia chiese al padre Macario: "Dinnni una parola". E l'anziano gli dice: 'Fuggi gli uomini! ,. E il padre Isaia a lui: "Che cosa,significa fuggire gli uomini?". L'anziano gli disse: "Significa rimanere nella tua celia e piangere i tuoi peccati" » (Macario E. 27).

E rivolgendosi all'abbà Aio gli dirà: «Fuggi gli uomini, rimani nella tua cella a piangere i tuoi peccati, e non amare la conversazione con gli uomini. E ti salverai» (Macario E. 41).

Infatti la celia è l'ambiente per l'esichia, dirà lo stesso Antonio il grande: «Come i pesci muoiono se restano sulla terra secca, così i monaci che si attardano fuori della cella o si trattengono con la gente, perdono la forza necessaria all'esichia. Come dunque il pesce al mare così noi dobbiamo correre alla cella; perché non accada che, attardandoci fuori, dimentichiamo di custodire il di dentro» (Antonio 10).

La solitudine può esprimersi pure in un atteggiamento di continuo pellegrinaggio da un luogo ad un altro. Ogni luogo infatti deve essere estraneo al monaco. Una tale estraneità - xenitèia - indica una sorta di esilio volontario lontano dalle cose mondane. Afferma san Nilo: «Il primo dei grandi combattimenti consiste nella xenitèia, cioè nell'emigrare solo spogliandosi come un atleta, ,,della propia patria, della propria razza, dei propri beni». Il passare da un luogo ad un altro è imitare il cammino di Gesù, come dimostra la storiella seguente:
«Del padre Agatone raccontavano che impiegò molto tempo assieme ai suoi discepoli per costruire una cella. Quando l'ebbero finita, cominciarono ad abitarvi, ma già dalla prima settimana vide qualcosa che gli pareva non giovasse e disse ai suoi discepoli: "Alzatevi andiamo via di qui" (Gv 1,3l). Ne furono molto turbati e dissero: "Se proprio avevi l'intenzione di andartène perché abbiamo tanto faticato per costruire la cella? La gente si scandalizzerà di nuovo e dirà: Ecco, questi instabili, che se ne vanno di nuovo". Vedendoli così avviliti, egli disse loro: "Se anche alcuni si scandalizzeranno, altri, a loro volta, saranno edificati e diranno: Beati costoro che per amore di Dio se ne sono andati disprezzando tutto. Comunque chi vuole venire venga. Io adesso vado. Allora si gettarono a terra, pregando che permettesse loro di partire con lui» (Agatone 6; cf. anche Amoe 5).

Questi ultimi apoftegmi ci permettono di sottolineare l'aspetto itinerante della esichia. Certamente la cella è importante; ma non si può rimanere in essa con lo spirito del proprietario. Il monaco sa di essere straniero su questa terra e così abbandona tutto ciò che può distoglierlo dal servizio di Dio, vivendo nel nascondimento e nell'attesa, sperando ardentemente nel ritorno del Signore glorioso. La solitudine esteriore è certamente importante, ma più necessaria è la solitudine del cuore. Qui si gioca l'autentica esichia, ovvero l'eremitismo o l'anacoresi interiore, il monachesimo del cuore, il solo che può condurre alla Preghiera di Gesù.







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