La cella da cui nessuno è lontano



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La Cella da Cui Nessuno è Lontano





I contemplativi sono uomini e donne profetici, “sentinelle”, testimoni della speranza che verrà «il mattino». Sono persone che hanno messo Dio al centro della loro vita e che portano nel «loro cuore e nella loro preghiera» le gioie e le speranze, le difficoltà e sofferenze dell’umanità, «mostrandosi in ogni momento in profonda comunione con essa».


Lo ha sottolineato l’arcivescovo José Rodríguez Carballo, segretario della Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica, intervenendo al convegno svoltosi alla Pontificia facoltà teologica Teresianum di Roma nella giornata pro orantibus.


Il presule ha offerto una riflessione sull’identità e sulla missione del contemplativo, il quale, ha detto, «è colui che “vede” oculis spiritualibus, con gli occhi spirituali; colui che — dove gli altri guardano e non vedono, perché guardano con “gli occhi della carne” — “vede”, nel senso biblico che ha questo termine, con gli occhi e lo sguardo di Dio». Tra i modelli l’arci -vescovo ha indicato san Francesco d’Assisi, per il quale contemplare è, come recita la prima Regola, avere «la mente e il cuore rivolti a Dio».


Condizione necessaria per essere autentico contemplativo è quella di lasciarsi condurre dallo Spirito. Solo Dio, infatti, può trasformare «il vedere carnale» in «vedere spirituale». Ciò spiega, ha evidenziato il presule, perché i veri contemplativi «non hanno paura di servirsi delle creature per arrivare al Creatore» e anche perché essi «trovano Dio in tutto». In questa luce si comprende anche il ruolo dei contemplativi nell’evangelizzazione: «non è questione di strategie», ha notato l’arcivescovo, ma piuttosto «una questione spirituale». E si capisce come il mondo, e particolarmente la Chiesa, «necessitino dei contemplativi per trovare la strada giusta».


Perciò, nonostante molti, «anche forse nella Chiesa», considerino i contemplativi come dei “parassiti” — perché «non producono, non sono efficaci, quindi sono inutili» — essi invece hanno «una missione profetica nella Chiesa e nel mondo». Se la preghiera è fondamentale nella vita di quanti si dedicano interamente a Dio, tuttavia, ha sottolineato monsignor Rodríguez Carballo, «la contemplazione va al di là della preghiera e consiste, fondamentalmente, nel consegnarsi a qualcuno: Dio».


Basti pensare ai grandi mistici per i quali la contemplazione è avere «la coscienza di vivere immersi in Dio, di essere circondati, abbracciati da Dio stesso, di essere spinti e guidati da Dio, di camminare alla sua presenza». In questo senso, la contemplazione ha la finalità della «consegna totale a Cristo, fino ad arrivare all’unione intima e totale con lui, e quindi alla trasformazione totale in lui», fino a diventare «un’icona dello stesso Cristo, alter Christus». In questo misterioso scambio, ha spiegato il presule, Dio appartiene al contemplativo ed egli appartiene a lui. Ecco, perché la contemplazione non è «un pietismo passivo ma un camminare verso l’identificazione con il Signore, in modo da diventare definitivamente “creatura nuova”».


La contemplazione è quindi «un vero rapporto di intimità». In questo senso, ha aggiunto, «attraverso la contemplazione Cristo si “incarna” in modo pieno, stampa il suo “sigillo” nella persona che lo contempla». La contemplazione produce così «un doppio effetto: l’io si apre al tu dell’altro, in un rapporto di reciprocità». Il segno fondamentale di questa trasformazione è «l’amore senza limiti»: il contemplativo vero ha «un cuore grande come il mondo e nessuno è allontanato dalla “cella del suo c u o re ”». Per questo, occorre riconoscere che il contemplativo non è una persona che «disdegna la compagnia degli uomini guardandoli dall’alto in basso interamente assorto in Dio». E non è nemmeno l’uomo o la donna «assente dalla realtà in cui vive immerso». Nel suo sforzo «di tenere lo sguardo fisso nel Signore e discernere la sua volontà», cerca «di vedere gli uomini e le vicende del mondo con l’occhio stesso di Dio».


Il vero contemplativo, ha affermato il presule è «“sacramento del momento presente”, che consiste nel prendere coscienza che quello che ora è, è dove Dio sta per me adesso». Ecco perché la contemplazione non consiste nel fare a meno della sorte degli altri. Al contrario, ha sottolineato l’arcivescovo, «la passione per Cristo è passione per l’uomo. Ed è per questo che un vero contemplativo si separa da tutti» per unirsi a tutti: non è un uomo o una donna «isolato, assente a quanto lo circonda, ma accompagna e siede accanto agli altri, anche se in modo diverso, come è il caso delle claustrali, da come lo fanno gli altri». La vera contemplazione non può essere quindi «mai estranea alla vita dei nostri popoli e a ciò che loro accade». La contemplazione cristiana non è «“leggibile” senza la compassione e la dilatazione del cuore». Infatti il contemplativo porta nella preghiera «la realtà, soprattutto la “c ru -da” realtà dell’umanità ferita». In questo senso, è «un’anima che si sente in comunione con tutti, che presenta tutti al Signore, con le loro gioie e tristezze, con le loro speranze e le loro frustrazioni». Porta «tutti nel suo cuore, tutti accoglie nella sua anima contemplativa».


L’a rc i v e s c o v o ha concluso affermando che la contemplazione è «il processo che salva l’umanità» e la persona contemplativa è «la bussola che ci indica la giusta direzione».




Osservatore Romano - 30 novembre 2013






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