San Narsete IV il Grazioso, Katholicos dell'Armenia, Zovk, circa 1102 - 13 agosto 1173


Narsete è il quarto tra i Katholicoi armeni dello stesso nome ed è soprannominato Ktajetzi, dalla sede katholicos-sale ove dimorò per lunghi anni; più comunemente, è chiamato Shnorhali, ovvero « grazioso », per i doni dell'anima che irradiavano dalla sua persona e dai suoi modi nel trattare la gente e che permeavano i suoi scritti.
Narsete nacque l'a. 1102, nel castello di Zovk, nella regione di Kharput, dal principe Apirat Pahlavuni, in una famiglia molto nota in quell'epoca per il numero di illustri principi ed eminenti ecclesiastici che diede alla nazione armena. Era fratello minore del Katholicos Gregorio III (1113-1166) con il quale fu educato, sotto la tutela del Katholicos Gregorio II loro parente, da Stefano Vardapet, chiamato « il dotto », presso il monastero di Karmir Vank', ove in seguito Narsete rimase come monaco, mentre il fratello maggiore, Gregorio, nel 1113, a soli quindici anni, veniva ordinato sacerdote dal Katholicos Basilio, un altro parente, che voleva prepararlo alla sua successione, come infatti avvenne alla morte improvvisa di questi.

Narsete continuò i suoi studi e la vita monacale, fino all'a. 1118, quando fu ordinato sacerdote dal fratello maggiore Gregorio. Fu allora che prese il nome di Narsete, e fu assunto dal fratello come suo segretario. In questo periodo si dedicò ad una vita ascetica esemplare, come riferisce il suo biografo, Nar-sete Lambronatzi, pur continuando la vita di studio. Nel 1122, infatti, compose la sua prima opera letteraria, una storia armena in versi, in cui parla anche della sua famiglia e di suo fratello. Nel 1125 la sede katholicossale si trasferì a Zovk, nelle vicinanze di Germanicia, in un castello che Gregorio aveva acquistato dal principe di Antiochia, Baldovino e che, dopo averlo adattato con nuove costruzioni, chiamò Zovk' dal nome del castello paterno. In questa occasione, si presume che Gregorio abbia consacrato suo fratello Narsete vescovo, e lo abbia assunto come coadiutore. Infatti da questo periodo in poi Narsete collaborò col Katholicos in tutto fino alle dimissioni di lui.
Nel 1150 la sede katholicossale si trasferi di nuovo, poiché il castello di Zovk' era in pericolo per le invasioni delle truppe selgiuchide e i due fratelli si rifugiarono nel territorio del principato di Antiochia, dove la vedova di Gioslin II, rimasta sola nel suo castello a Hrom-Klay cedette questo ai due fratelli. D'allora Hrom-Klay rimase la sede dei katholicoi armeni per ca. centocinquant'anni, ma il solo Narsete ereditò il soprannome di Klayetzi dalla sede di cui, in realtà, fu il primo Katholicos. Infatti, nel 1166 Gregorio si dimise dall'ufficio e consacrò Narsete il quale in questa occasione tenne un discorso davanti ai vescovi radunati per la sua consacrazione. Gregorio morì dopo pochi mesi e Narsete rimase solo a portare il peso del suo nuovo incarico.

La situazione politica dell'Armenia era molto difficile e Narsete, quasi prigioniero nel suo castello di Hrom-Klay, doveva governare e pascolare il suo gregge, disperso in tutta l'Asia Minore, sotto diversi dominatori stranieri. Allora egli si rivolse al suo popolo con una lettera enciclica, la prima, forse, del suo genere, nella storia della Chiesa armena. Con essa esortava alla riforma cristiana tutte le classi del popolo armeno; sì rivolgeva infatti ai religiosi ed ai loro priori, ai vescovi ed ai sacerdoti, ai principi ed ai militari, ai cittadini ed ai contadini, ai popolani ed alle donne. Non gli mancò l'occasione di combattere gli eretici, che di tanto in tanto agivano tra il popolo; ma, mentre altri ricorrevano al potere civile per obbligarli alla conversione o li disperdevano con l'esilio, Narsete usò il metodo pastorale e persuasivo e li guadagnò alla giusta causa. Infatti, nella sua lettera indirizzata al vescovo Teodoro di Samusat, raccomanda alcuni di questi eretici, chiamati Arevordik', che erano venuti a lui chiedendo di essere ricevuti nella Chiesa; esorta inoltre ad usare la mansuetudine verso costoro, a chiamarli e, dopo aver accertato se siano disposti sinceramente alla conversione, ad istruirli nella dottrina cristiana e battezzarli, chi ne avesse bisogno, oppure confessarli; quindi, dopo un periodo di penitenza, accettarli alla comunione con i suoi fedeli (Op., I, 275).

Lo stesso spirito di mansuetudine Narsete dimostrava verso i suoi nemici personali: un sacerdote lo accusava di essere entrato abusivamente in possesso del katholicossato, ingiuriandolo con gravi parole; Narsete rispose con tre lettere, non solo accettando le ingiurie con spirito evangelico, ma dimostrandosi pronto a cedere la sua sede con gioia, se fosse stato possibile eleggere un altro al suo posto. « Accepimus, — egli scrive — tuam epistolam amoris et reprehensionis, iuxta Sapientem, quia meliora dicit vulnera diligentis quam oscula inimici; nec graviter tuli, imo laetatus sum » e prosegue: « Enim vero ego manifestus sum mihi, nec mihi ignotus. Idque eo magis quod non solum lingua et calamus tuus, sed etiamsi omnium ab Adam discendentium sermo et calamus laborarent ut palam facerent quae in me sunt detestabilia vitia haud satis essent; istud solummodo habens solatium me eadem vitia scire eaque minime ignorare » (Op., I, 254). E concludeva nella sua terza lettera, dichiarandosi disposto a firmare le sue dimissioni: « Non sum melior quam Gregorius Theologus aut Johannes aut multi alii, ut voluntate quidam, quidam vero vi a cathedris recesserint; quorum ne calcaneis quidem dignior est facies mea, nedum comparatione. Ego autem in tutum locum pergens, os meum humo et oculos meos lacrymis in silentio dabo reliquis vitae meae diebus, ut Deus misereatur » (ibid., 260). Parole piene di spirito di umiltà e di mansuetudine, che furono le due virtù predilette di Narsete.

Benché non fosse di natura remissiva, aveva talmente dominato il suo carattere impulsivo, che, secondo l'agiografo, non cedette mai in vita sua alla collera; e dovendo riprendere qualcuno, usava dire: « Luce, se non risparmiassi me stesso, dovrei mettermi in collera ». Nella sua lettera enciclica, rivolgendosi ai vescovi, li esorta ad essere miti ed umili, però raccomanda pure: « Superior non debet esse omnino Darcens et placidus. sed cum delinquentibus objurgationem adhibere; huius quoque praebet exemplum Dominus ipse, quum acceptis flasellis ejicit de tempio negotiatores. Quod autem de funiculis non de solidis rebus contextum erat flasellum, hoc admonet Superiores in delinquentium obiurgatione non esse adhibendam solummodo amaritudinem, sed et suavitatem et indulgentiam ».

Narsete accompagnò il fratello ai due sinodi dì vescovi latini, in Antiochia e a Gerusalemme, ai quali presiedeva il delegato aoostolico. Alberico, arcivescovo di Ostia. Guglielmo di Tiro riferisce la presenza di Gregorio al sinodo di Gerusalemme con queste parole: « Cui sinodo interfuit maximus Armeniorum pontifex, imo omnium episcoporum Cappadociae, Mediae, Persidis et utriusque Armeniae, prin-ceps et doctor eximius, qui catholicus dicitur » (XV, 18). In questo sinodo si svolse anche una sessione speciale per trattare delle questioni di fede nelle quali sembrava che la Chiesa armena dissentisse da quella romana, come annota lo stesso storiografo: « Cum hoc etiam de fidei articulis, in quibus dissentire videtur eius populus, habitus est tractatus et ex parte eius promissa est in multis correctio » (Mansi, XXI, pp. 507, 583-84). Con ciò le relazioni tra le due Chiese, già iniziate dal tempo di papa Gregorio VII, si consolidavano.
Il delegato apostolico, Alberico, tornato a Roma, riferì ad Innocenzo II sull'esito dei colloqui con il Katholicos armeno e il pontefice indirizzò una lettera a Gregorio, alla quale questi rispose; purtroppo tale risposta non ci è pervenuta e la conosciamo solo attraverso la testimonianza di uno scrittore armeno, Esai Ncetzi. Il papa, informato dal suo delegato sulla santità di Narsete, ebbe gran desiderio di vederlo, come si legge nella succitata lettera, in cui è detto di mandare « il pio e santo vescovo e fratello Tuo, Narsete, poiché abbiamo gran desiderio di vederlo e di parlare della vita e condotta vostra come anche di altri cristiani ». Non sappiamo se Gregorio abbia potuto mandare il fratello fino a Roma, però è certo che una delegazione parti con la risposta del Katholicos armeno, e dopo due anni di viaggio arrivò a Viterbo, ove trovò il nuovo pontefice, Eugenio III.

In tutte queste relazioni l'argomento principale riguardava le divergenze rituali della Chiesa armena. Essa, infatti, usava celebrare la festa di Natale e l'Epifania nello stesso giorno del 6 genn., e nella celebrazione della Messa adoperava il pane azimo (per il quale si differenziava dai Greci), e il vino puro, cioè senza l'aggiunta di acqua. Il cronista Otto di Frisinga, che fu testimone oculare, riferisce che i delegati armeni furono accolti benevolmente da Eugenio, al quale si rivolgevano perché: « Dum his et aliis inter se dissentirent (Graeci et Armeni) Romanam ecclesiam iudicem eligentes consultum veniunt Armeni... et ex parte illius Ecclesiae Armeniae subiectionem omnimodam offerentes » (Chron., VII, 31-34). Lo stesso cronista riferisce un episodio significativo: Eugenio invitò i delegati armeni ad assistere ad una Messa da lui celebrata; durante la cerimonia uno dei vescovi vide una luce e due colombe scendere e salire sino al papa e quando lo narrò nell'assemblea davanti al papa, questi, con umiltà, rispose, che la visione era apparsa per la fede di chi l'aveva avuta e non per suo merito. Purtroppo non sappiamo chi fosse quel vescovo. Eugenio scrisse un'altra lettera a Gregorio, e la consegnò ai delegati con i doni, cioè un pastorale e il velo patriarcale, vale a dire, probabilmente, il pallio. Ma anche questa lettera non ci è pervenuta e la conosciamo solo attraverso la testimonianza del sinodo di Sis: « Reperies (testimonia) in epistola, quam Eugenius Romae Papa misit ad Dominum Patriarcham, magni Nersetis Claiensis fra-trem » (Balgy, Hist., p. 309). Queste buone relazioni con la Sede Apostolica continueranno per diversi secoli, anche se, in questo periodo, le proposte della Chiesa romana a quella armena di conformarsi in alcune usanze rituali furono accettate solo dopo che l'influenza della Chiesa romana crebbe nel regno di Cilicia. Ed è sotto la pressione di re Hetum, che il sinodo di Sis accettò alcuni cambiamenti nel rito armeno. Ma tali cambiamenti non andarono a beneficio del consolidamento dell'unione ecclesiastica, bensì, creando una forte reazione da parte dei conservatori, produssero una certa diffidenza verso l'Occidente, con il conseguente allentarsi delle passate buone relazioni.

Narsete, come vedremo a proposito della questione dell'unione con i Greci, dimostrò equilibrio di spirito e larghe vedute e se non si decise ad adottare le proposte avanzate dalla S. Sede, fu a causa delle difficoltà e dell'impossibilità, in certo senso, morale di realizzarle. Per lui l'importante era l'unità della fede e non quella della disciplina o dei riti, come egli stesso afferma nella sua lettera all'imperatore bizantino, Emmanuele: « Qui veram habent fidem, nullius est damni varietas aut alia qualiscumque in Ecclesia disciplinae distinctio » (Op., I, 224). Ora, la fede e la professione di Narsete circa il primato del papa è talmente esplicita da meravigliarci. Infatti, nelle lettera sopraccitata, egli, parlando del romano pontefice scrive: « Imo et audivimus quod sanctus omniumque archiepiscoporum primus, Pon-tifex Romanus et Petri apostoli successor e sapien-tissimis eius quosdam misit loqui coram sancto regno tuo prò fidei unione » (ibid., I, 202). E ancora, nel carme dedicato alla città di Edessa, parlando di Roma egli canta: « Et tu Roma, mater urbium, alma et veneranda, thronus Magni Petri, apostolorum principis; o Ecclesia immobilis, con-structa super Petram Cephae, invincibilis a porta inferi et coelum obsignatum reserentis (Azarian, 67). E del primato di Pietro abbiamo le seguenti testimonianze nel carme dedicato a Gesù Cristo: « Et proprium sibi nomen Petrae immobilis con-cessit illi (Petro) » (ibid.). Nell'inno dedicato ai ss. Apostoli Pietro e Paolo, di s. Pietro egli canta: « Qui principem electorum chori proclamasti bea-tum Petrum, sanctae fidei caput ac fundamentum Ecclesiae » (III strofa dell'inno). Con questi versi Narsete esprime la propria fede e quella della più sana tradizione della Chiesa armena.

L'opera più importante di Narsete furono le trattative per l'unione con la Chiesa bizantina. In questa occasione egli mostrò una larghezza di vedute non comune a quell'epoca ed uno spirito irenico e conciliativo meraviglioso. Il nipote di N., Narsete Lambronatzi, narra quale fu l'occasione che portò a tale unione. Era l'anno 1165. I due principi armeni di Cilicia, Oshin dì Lambron e Thoros, conducevano fra loro una guerra fratricida e il Katholicos armeno, Gregorio, mandò suo fratello Narsete come pacificatore; questi, essendo parente di entrambi i contendenti, riuscì a riportare la pace. Al suo ritorno da Lambron si fermò a Mamestia, o Missis, incontrandosi con il governatore greco, Alessio il Protostrato, genero dell'imperatore Emmanuele Comneno, il quale lo trattenne a discutere di questioni religiose, poiché tra le due Chiese, quella armena e quella bizantina, esistevano divergenze secolari in materia dommatica e disciplinare. Le risposte di Narsete meravigliarono assai il governatore, il quale gli propose di redigere per iscritto le sue risposte e le spiegazioni, consegnandogli intanto, anche per iscritto, le accuse della Chiesa bizantina a quella armena. Ritornato alla sua sede di Hrom-Klay, Narsete compose una lunga professione di fede (cf. Op., I, 173-194) che Alessio portò con sé a Costantinopoli e mostrò all'imperatore, il quale ne rimase meravigliato ed entusiasta; per cui scrisse a Gregorio di mandare il fratello Narsete a trattare l'unione tra le due Chiese.

Probabilmente Emmanuele era interessato all'unione anche per scopi politici: infatti con essa avrebbe potuto guadagnare la fedeltà dei sudditi armeni, che abitavano nella regione di Cilicia ed erano assai irrequieti. La lettera di Emmanuele, indirizzata a Gregorio III e scritta nel 1167, arrivò a Hrom-Klay quando questi era già morto e Narsete aveva preso il suo posto; Narsete quindi non poteva recarsi a Costantinopoli, per cui scrisse una risposta, allegando una più estesa esposizione della dottrina trinitaria e cristologica della Chiesa armena (cf. Op., I, 195-230).

Proprio in questo periodo l'imperatore bizantino era in trattative con i rappresentanti della Sede Apostolica per realizzare l'unione con Roma; Narsete, che ne era informato, considerava ciò come indizio della riconciliazione di Dio con la sua Chiesa: « Itaque, scrive egli, sicut aurora solis ortum annuntiat, ita voluntatis tuae motus ad hoc vaticinatur initium reconciliationis Dei cum Ecclesia sua sancta » (Op, I, 202). La sua lettera suscitò ancora l'interesse non solo dell'imperatore, ma anche del patriarca e del suo sinodo. Decisero quindi di concludere l'unione, e per ulteriori delucidazioni mandarono due delegati, il filosofo Teo-riano e l'archimandrita armeno, di rito bizantino, Giovanni Atman i quali, presentatisi a Narsete con la lettera dell'imperatore, che li autorizzava a trattare l'unione, ebbero una lunga discussione teologica tramandataci da Teoriano in una sua opera in forma di dialogo. Benché tale opera sia meramente letteraria e non rappresenti un documento strettamente storico, il suo contenuto, in quanto presenta le divergenze esistenti tra le due spiegazioni circa la terminologia da usare per esprimere l'unione ipostatica del Verbo Incarnato, è autentico.

Alcuni storiografi moderni armeni vorrebbero vedere in essa tutta una costruzione del filosofo mirante a screditare il Katholicos armeno e ad appropriarsi il merito di averlo convertito. Ciò che più dà fastidio a questi autori è certamente l'episodio secondo cui Narsete sarebbe giunto alla conclusione di accettare esplicitamente la formula del concilio di Calcedonia, convincendosi che essa non era infetta di nestorianesimo, come ritenevano in un primo tempo non solo Narsete, ma tutta la tradizione della Chiesa armena: avrebbe quindi accettato l'autorità del concilio ecumenico e firmato una professione esplicita in tal senso. Questa lettera o professione, avrebbe dovuto rimanere un segreto tra Teoriano e l'imperatore, fino a che Narsete, convocando il sinodo dei suoi vescovi, avesse potuto convincerli a seguirlo; qualora non tutti lo avessero fatto, egli era disposto ad allacciare l'unione soltanto con coloro che avessero accettato il suo invito. Noi non troviamo difficoltà a prestare fede a quanto narra Teoriano, poiché è fuori dubbio che Narsete, come la Chiesa armena, abbiano ritenuto la formula cristologica del concilio di Calcedonia infetta di nestorianesimo, e che, quindi, dopo averne riconosciuta l'ortodossia, ne abbiano accettato l'autorità; tanto vero che il successore di Narsete, Gregorio IV, alla conclusione delle trattative, riconobbe il concilio di Calcedonia e, con i suoi vescovi, firmò l'atto di unione.

Alla sua lettera « segreta », Narsete univa quella ufficiale, con la quale spiegava all'imperatore di non poter concludere l'unione prima della convocazione di tutti i suoi vescovi, specialmente quelli orientali, ai quali, essendo lontani, occorreva un certo tempo, e ne spiegava le ragioni dicendo: « Haud habemus prope hodiernos Armeniae episcopos et doctores, et sine illorum consultatione fieri non potest ut vestris interrogationibus perfectum demus responsum, ne potius quam unionis varias separa-tionis causas praebeamus, nostraque verba incon-stantia et mutabilia videantur » (Op. I, 232); mirabile prudenza di chi voleva svolgere un'opera solida e durevole. Narsete scrisse, inoltre, una terza professione di fede inviandola per mano di Teoriano nell'anno 1170. La lettera ufficiale di Narsete lasciò delusi il patriarca ed il suo sinodo, poiché Narsete insisteva sulla formula di « una natura nel Verbo Incarnato », ma quando l'imperatore mostrò la lettera segreta, l'entusiasmo fu generale. Si procedette, quindi, all'ultimo atto, e cioè all'invio di due delegati con le condizioni che la Chiesa bizantina poneva a quella armena, per accettare l'unione: 1) anatematizzare coloro che affermavano una natura in Cristo: Eutiche, Dioscoro, Severiano e Timoteo; 2) professare una persona di Cristo in due nature perfette, con due volontà ed operazioni; 3) cantare il Trisagio in onore della S.ma Trinità, senza l'aggiunta del Crucifixus est; 4) celebrare le feste di Natale, Annunciazione e Circoncisione conformemente ai Greci; 5) usare l'olio di oliva per il Crisma; 6) usare il pane comune per l'Eucaristia, ed aggiungere l'acqua nel calice; 7) riconoscere i concili IV, V, VI, VII come ecumenici; 8) che il popolo rimanga nel tempio durante la celebrazione della santa Messa; 9) che il Katholicos degli Armeni sia confermato dopo l'elezione dall'imperatore.

Narsete rispose che tali questioni sarebbero state esaminate nel sinodo dei suoi vescovi, e che egli avrebbe cercato di mutare le consuetudini tradizionali per amore di Dio e non perché costretto a convertirsi dall'errore alla verità (cf. Op., I, 240). Teoriano dopo aver ricevuto formale promessa che il sinodo sarebbe stato convocato per la prossima estate, ritornò a Costantinopoli nel 1173.

Ma il Signore chiamò Narsete a sé il 13 agosto dello stesso anno, dopo una grave malattia. Non aveva potuto raccogliere ciò che con tanta pazienza e fatica aveva seminato, ma fu certamente per suo merito che il successore, Gregorio IV, con la cooperazione di Narsete Lambronatzi e dei suoi nipoti e discepoli, potè concludere l'unione nel sinodo di Hrom-Klay (1179).
La notizia della morte di Narsete provocò grande dolore all'imperatore, il quale ammirava tanto la santità del Katholicos che, secondo quanto riferisce Narsete Lambronatzi, ordinò di iscrivere il suo nome tra i santi della Chiesa bizantina.
Sebbene, come si è detto, Narsete non abbia potuto concludere l'unione coi Greci, tracciò, pur tuttavia, le direttrici di un'unione ecclesiastica, che rimarranno per sempre valide. Per lui l'unione è opera divina, occorre quindi richiederla dal Signore con la preghiera; per quanto riguarda, poi, la cooperazione umana è opportuno rimuovere il principale ostacolo, cioè l'odio, causa della divisione, e ciò deve essere fatto con umiltà e amore, non con la forza o l'autorità. Bisogna quindi usare il rispetto e la lealtà perché le trattative procedano sul piano della parità e non su quello della superiorità o del dominio. Le discussioni non devono avere carattere di inutili dispute, ma devono essere costituite da un ragionamento pacato, fondato sull'autorità della Scrittura e dei ss. Padri. Infine, si deve cercare l'unione della fede e rispettare le diversità in materia disciplinare e rituale (cf. ibid., I, 200-203).
Narsete fu scrittore fecondo, anzi un poeta spontaneo ed eminentemente sacro. Egli scrisse per naturale inclinazione, oltre che per esigenza pastorale ed i suoi scritti, in quanto alla forma, possono distinguersi in versi ed in prosa.

I) Tra i primi alcuni sono di carattere profano, come: a) ha storia armena (Vipasanuthiun), scritta nel 1121, a diciannove anni: presenta qualche interesse nella parte in cui parla del suo tempo e della sua famiglia. A questi versi si deve aggiungere il catalogo dei vari scritti di Narsete. b) L'Elegia per la città di Edessa: scritta nel 1146, in occasione della presa della città da parte del principe musulmano Zanku (trad. in parte in fr. e ed. in Dulaurier, Recueuil des Croisades, Documents arméniens, I, pp. 226-68). L'opera è considerata dai critici di un certo valore poetico. c) Le favole o parabole, scritte a scopo pastorale, affinché i fedeli, invece di occuparsi di favole pagane, si dilettino di questo tipo di lettura amena, ma più edificante. Tutto il resto della produzione di Narsete è di carattere sacro, d) Carme alla fede (Ban Havatoy), scritto per il nipote Apirat l'anno 1151, in versi: riassume i principali aspetti della nostra fede cristiana; e) Carme dedicato a Gesù Cristo (Hisus Vordi): è il capolavoro di Narsete; scritto l'anno 1152, riassume in forma poetica e di preghiera la vita e la dottrina di Gesù in ca. quattromila versi; f) Carme dedicato alla s. Croce di seicento versi; g) Carme dedicato agli angeli, di duecento versi; h) Carme alla creazione, di centottantasette versi; i) altri versi di carattere morale chiamati Consigli o Avvisi; 1) infine gli Inni e i Canti liturgici. In questo campo Narsete è l'autore più notevole dell'innario, ed è per suo mezzo che la liturgia armena si è arricchita di inni poetici e devotissimi; mentre, infatti, quelli composti da autori a lui precedenti hanno un carattere prevalentemente dottrinale e teologico, quelli suoi stillano pietà e devozione. Narsete è inoltre anche autore delle musiche dei suoi inni.
II. Scritti in prosa: a) Il Commento al Vangelo di s. Matteo, rimasto incompiuto; b) Commento delle Epistole cattoliche, che è più una compilazione che un'opera originale; e) due panegirici per la s. Croce e per gli Angeli; d) il discorso nell'occasione della sua elezione a Katholicos; e) le lettere: di cui la principale è l'Enciclica, quindi la corrispondenza con l'imperatore e il patriarca dei Bizantini, quella con il patriarca siriano e con la S. Sede (quest'ultima purtroppo non ci è pervenuta); altre lettere scritte a privati. Gli scritti in prosa di Narsete sono stati trad. in lat. da G. Cappelletti e edd. a Venezia nel 1833, col titolo: Sancii Nersetis Clajensis Opera, I, II voll.
Esponendo la dottrina della Chiesa armena ai Bizantini ed ai Siriani, Narsete rivelò la propria indole e l'erudizione teologica. Fu versatissimo nella conoscenza della tradizione dottrinale e disciplinare della sua Chiesa e basterebbe studiare la sua opera per averne una conoscenza quasi esauriente. Abbiamo già accennato alla sua « professione » riguardo al primato di s. Pietro e dei suoi successori; circa la dottrina trinitaria egli segue quella cattolica; occorre però notare che per la processione dello Spirito Santo egli si attiene alle parole del Vangelo; infatti nell'inno del 2° giorno di Pentecoste egli canta : « Qui nrocedit a Patre et accepit a Filio ». Cosi pure nella lettera all'imperatore Emmanuele Comneno, parlando dello Spirito Santo, scrive: « Quoad essentiae causarti ex Patre solo, quoad vero habitudinem (meglio acceptionem) distributionemque gratiarum ex Patre et Filio » (Op., I, 208). Nel Carme della Fede, par-lando delle divine persone usa la similitudine della luce e del suo splendore: « Come la luce spuntata sulle acque forma il raggio e lo splendore, cosi il Padre, da cui il Figliolo, poi lo Spirito Santo, quale diffusione dello splendore » (vv. 41-44). Nell'inno del 7° giorno di Pentecoste, poi, usa l'analogia della sorgente, da cui scaturisce la fontana e poi si forma il ruscello: « O spirito vivificatore, ruscello scaturito perennemente dalla fontana mossa (cioè scaturita) dal Padre, sii benedetto, vero lume ».

La dottrina cristologica di Narsete è integralmente ortodossa, ma la terminologia da lui usata non è quella cattolica, poiché non avendo la Chiesa armena riconosciuto il concilio di Calcedonia, considerava la formula ivi sancita per esprimere l'unione ipostatica, come nestoriana, e Narsete, seguendo la tradizione della sua Chiesa, usa la formula emiliana: « una natura Verbi Incarnati ». Ciò non toglie che egli professi in Cristo due nature perfette: « Filius, Patris ac Spiritus beneplacito sese ad nostram naturam humiliavit propter nostram salutem, atque perfecta divinitas perfectam assumpsit humanam naturam... fuitque nova mixtio duarum inseparabilium naturarum, Dei et hominis » (Op., I, 233-4). L'unione delle nature, per la quale gli Armeni usavano il termine mixtio, non comporta né fusione, né confusione, né cambiamento delle stesse: « Haud immutatus a divina natura neque ab humana substantia variatus; sed ipsa ineffabilis divinitatis et humanitatis unione immutabilis mansit » (ibid.). « Nullaque destructio aut immutarlo in humanitate obvenit divinitati neque humanitati in divinitate, sed indivisibilis et inconfusa mansit unio » (ibid.) Ciò che più importa a Narsete è che la distinzione delle nature non comporti separazione tale da portare a due persone in Cristo : « Haud separamus iuxta Nestorium, unum Christum in duas naturas atque in duas personas; neque iuxta Eutychen eiusque sectatores, in unam naturarti adunamus confusione et mutatione; verum duae naturae dicendae sunt nobis iuxta Magnum Gregorium Theologum » (ibid.). Però egli conserva la formula di « una natura » per esprimere il modo di unione indivisibile: « Quo autem modo unam dicimus naturam, nemo credat alio sensu dici, nisi ob indivisibilem unionem duarum naturarum » (ibid., 235).

Da questa terminologia e concezione dell'unione delle nature di Cristo, proviene anche la terminologia speciale di « una volontà » ed « operazione » in Cristo, che non deve essere presa in senso monotelistico; infatti, l'unità della volontà in Cristo è affermata da Narsete per insegnare la perfetta conformità o dipendenza della volontà umana da quella divina: « Et sicuti profltemur ex duabus naturis unum fieri, nullamque ex duabus in unione fuisse amissam; ita et de voluntate duplici sentiendum, non quasi divina voluntas voluntati humanae adversatur aut divinae humana » (ibid., 212). Nello stesso modo Narsete spiega anche le operazioni delle due nature: « Iuxta ea quae diximus de voluntate, ex unius divinae voluntatis propria potestate duas esse, divinam humanamque minime contrarias, credimus quoque actiones in eadem unione divinas esse pariter et humanas, haud tribuendo sublimes soli divinitati sine corpore, neque inferiores humanitati tantum sine divinitate » (ibid., 213).
Seguendo la tradizione della Chiesa armena, inoltre, Narsete professa « l'incorruttibilità » della natura umana di Cristo. Per questo la Chiesa siriana accusa quella armena dì eresia giulianista. Narsete ebbe occasione di chiarire la posizione della propria Chiesa dinanzi alle accuse dei Siriani, respingendo l'eresia attribuita a Giuliano: « Ea quoque intelligimus... qui dixerunt coram vobis Armenios habere dogma Iuliani Alicarnensis, qui Christì mortem apparen-tem asseruit, non autem realem. Anathematizat Catholica Ecclesia talia dicentes et amplectentes, nosque iniuste calumniantes » (ibid., 249). Dobbiamo però precisare che vi è una certa analogia tra l'esposizione dell'incorruttibilità fatta da Narsete e quella di Giuliano, tuttavia quella di Narsete può essere intesa nel senso ortodosso. Infatti Narsete professa che la natura di Cristo assunta dal Verbo è quella decaduta per il peccato di Adamo, ma che l'unione ipostatica l'ha resa incorruttibile, cioè esente dalle passioni reprensibili o incompatibili con la natura divina, vale a dire le passioni che derivano dal peccato o sono congiunte con esso: « Accepit autem Adami naturam, non qualis in pristina innocentia. in Paradiso videlicet, sed qualis erat post peccatum et corruptionem; quoniam et Virgo Maria, ex qua Christus sumpsit corpus, erat ex peccatrice Adami natura. Verum coniuncta cum Dei natura peccatrix evasit impeccabilis et corruptibilis expers vitiosae corruptionum affectionis » (ibid., 175). Questa natura, diventata incorruttibile, patisce realmente e non apparentemente, come egli insiste a notare, tutte le passioni necessarie e volontarie, quali la fame e la sete, ecc. Però Cristo è immune dalle passioni involontarie e reprensibili: « Non dico esse immunem a necessariis et voluntariis passionibus, a fame nempe et siti, a somno et labore, a tristitia et fletu, quae veraciter non specie solum, dant nobis corruptibilitatem intelligere; sed confìteor immunem fuisse ab involuntariis et vitiosis passionibus » (ibid. 176). Ora, la Chiesa siriana, seguendo Severo Antiocheno, insisteva sulla corruttibilità del corpo di Cristo, in quanto voleva esprimere che il corpo del Salvatore pativa naturalmente e necessariamente le passioni e la morte, mentre Narsete, con la tradizione della Chiesa armena, supponeva che il corpo di Cristo, patisca sì naturalmente, ma non necessariamente, bensì per volontà divina: « Voluntarie et potestate omnia patiebatur, non autem involontarie aut per infirmitatem, iuxta eius effatum: " Potestatem habeo ponendi animam meam et po-testatem habeo sumendi eam " ». (ibid., 191). La volontarietà non sopprime né la realtà né la naturalezza delle passioni di Cristo, poiché egli patisce come noi, con la differenza che noi siamo soggetti alle passioni necessariamente e contro la nostra volontà.

Narsete si distacca dai severiani anche nella opinione che la natura umana di Cristo rimanesse la stessa dal concepimento alla morte e che non abbia subito mutamenti dopo la risurrezione; pur affermando che dopo la risurrezione Gesù non voleva più essere assoggettato alla passione e morte, non essendovi più motivo di patire e morire. È da notare anche il motivo per cui Narsete professa l'incorruttibilità del corpo di Cristo: « Ubi Deus habitat dominator nequaquam servit naturae, sicuti neque in rubo neque in camino » (ibid., 90). Quindi deduce che anche la s. Vergine, dopo la concezione di Cristo, fu immune da qualunque passione: « Meo iudicio... neque corpus quidem Sanctae Virginis post ineffabilem conceptionem hisce passionibus fuisse subiec-tum (tenendum est), quemadmodum neque ulli vitioso motui sive in anima sive in mente » (ibid., 90); se guardiamo alle intenzioni di Narsete senza attenerci ai termini e alle formule, possiamo affermare che la dottrina del santo sia integralmente ortodossa.

La spiritualità di Narsete è imbevuta del culto e della devozione per la Passione e morte di Cristo. Questa devozione però non caratterizzata dalla tenerezza, effetto della considerazione dei patimenti di Cristo uomo, bensì dallo stupore e meraviglia che un Dio, fattosi uomo, abbia accondisceso a patire volontariamente e per amore delle sue creature. Considerazione questa che gli deriva dalla sua teologia cristologica e che lo induce a vedere l'umanità di Cristo nella sua relazione con la divinità, e perciò ad inabissarsi davanti a tanta maestà abbassatasi fino a noi.

Insieme Narsete considera sempre e dovunque il motivo di tutta l'opera di Cristo, cioè la sua relazione con la salvezza umana. Perciò le preghiere da lui composte sono piene di suppliche per la purificazione e santificazione della propria persona in tutti i suoi atti e facoltà. Poiché l'uomo è caduto con il peccato di Adamo, ogni suo discendente è coperto dal peccato; Narsete considera se stesso come l'ultimo dei peccatori e quindi è imbevuto di uno spirito di penitenza e di compunzione, che costituisce un altro elemento della sua spiritualità. Ma la considerazione del peccato e del suo stato di peccatore non ha un accento tragico e disperato, bensì un umile e pacato abbandono alla misericordia divina, per cui egli chiede di « non esser giudicato con la giustizia, ma di poter espiare con clemenza ». La fiducia lo conduce ad un amore umile ed ardente. La preghiera che anche oggi gli Armeni usano per la devozione al Sacro Cuore, ha una nota di attualità: « Nome di Gesù (pien di) amore, intenerisci col tuo amore il mio cuore di pietra. Fammi saziare con la tua desiderabile visione » (Brev. Armeno). Il desiderio della visione di Cristo conduce N. alla devozione dell'Eucaristia. Già il suo nipote e discepolo Narsete Lambronatzi, parlando dei primi anni del suo sacerdozio, notava l'assiduità di Narsete a celebrare la Messa, cosa non comune nella tradizione della Chiesa armena, ma egli era « affamato del pane di vita ed assetato del calice santo » (Hisus vordi, v. 152). Un altro elemento della sua spiritualità è il ricordo della morte e dei defunti, e questo nella visione dell'ultimo giudizio universale. Molti sono gli inni e le preghiere in cui egli supplica la pace e la gioia eterna per i defunti: basta ricordare l'inno dedicato ad essi, che si canta nella liturgia del Requiem. La visione del giudizio universale, con l'apparizione del giudice inesorabile, è addolcita dalla presenza di Maria: « Sposa, che dalla terra donata al cielo, siederà alla destra del suo figlio, come la luce », che Narsete supplica di « salvarci con la sua intercessione dal fuoco orribile e di annoverarci tra i giusti per cantare la gloria cogli angeli » (Inno della VI domenica di Quaresima, ultima strofa).

Il poeta e ammiratore di Narsete, P. Alishan, che ha dedicato un voluminoso studio alla vita del santo, non esita a paragonare Narsete « il grazioso » con San Bernardo, il dottore mellifluo, suo contemporaneo, ed afferma non senza ragione, che nella Chiesa del XII sec. splendevano due luci, di cui una di Oriente, Narsete, e l'altra in Occidente, San Bernardo.

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