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Settimo comandamento
NON RUBARE



Molto diffusa è l’opinione che con questo comandamento Dio si metta dalla parte dei proprietari e si schieri contro i diseredati, che vorrebbero invece condividere la loro ricchezza. Per questo risulta a prima vista difficile vedere come il settimo comandamento serva la libertà degli uomini, soprattutto la libertà dei piccoli e dei poveri.

Per vederci più chiaro è opportuno studiare l’intenzione originaria del comandamento. Questo comandamento va fin dall’inizio in due direzioni: il ratto delle persone e il furto di cose materiali.

Questo comandamento vieta in primo luogo il ratto e il commercio di uomini. Così Es 21,16: Colui che rapisce un uomo e lo vende sarà messo a morte. E in maniera molto simile Dt 24,7: Quando si troverà un uomo che abbia rapito qualcuno dei suoi fratelli tra gli israeliti, l’abbia sfruttato come schiavo o l’abbia venduto, quel ladro sarà messo a morte; così estirperai il male da te.

Il comandamento tutela quindi in primo luogo la libertà del prossimo. Proviamo subito a mettere in luce l’intima unità tematica della cosiddetta seconda tavola del decalogo. Sempre si tratta dell’uomo: della tutela della generazione anziana (quarto comandamento), della vita (quinto comandamento), del matrimonio e della famiglia (sesto comandamento), della libertà (settimo comandamento), dell’onore personale di uomini liberi (ottavo comandamento) e della salvaguardia del loro matrimonio e dei loro beni dall’avidità disordinata di altri (nono e decimo comandamento).

L’Antico Testamento tiene conto dell’esistenza di per sé incoerente della schiavitù in seno a Israele, ma tende già a superarla. Neppure il Nuovo Testamento combatte formalmente la schiavitù, cosa per la quale la posizione sociale delle giovani comunità sarebbe stata del resto troppo debole, però la elimina dall’interno. Questo risulta chiaro da tutta la lettera a Filemone, nonché, ad esempio, da questa frase della lettera ai Galati 3,28: Non c’è più schiavo né libero.

Le giovani comunità cercarono in tutti i modi di realizzare una comunione genuina di uomini di varia provenienza, ivi inclusi gli schiavi. Quanto ciò fosse difficile nella pratica lo mostrano soprattutto la prima lettera ai Corinzi e la lettera di Giacomo, che condannano con parole dure il disprezzo dei poveri (1Cor 11,22) e il trattamento di riguardo riservato ai ricchi nelle comunità (Gc 2,1-9).

Il settimo comandamento si occupa in primo luogo e in modo particolare del ratto di persone, ma vieta indubbiamente anche il furto di cose.

Pure sotto questo aspetto esso va visto in relazione agli uomini, alla loro libertà, dignità e promozione, soprattutto alla promozione dei piccoli, dei poveri, altrimenti lo si capisce in maniera sbagliata. Non si tratta primariamente della protezione dei ricchi e dei proprietari contro i nullatenenti, ma anzitutto del presupposto della libera espansione personale per ognuno.

Nell’Antico Testamento la proprietà privata non è mai inviolabile e sacrosanta. Essa viene considerata in linea di principio come un prestito che Dio, il donatore autentico della terra promessa, ha affidato al popolo. Quanto questa concezione della proprietà sia presa seriamente risulta chiaro dalle norme dell’anno giubilare (cf. Lv 25,23-55). Esse mostrano quanto il concetto di proprietà fosse relativo in Israele perlomeno in linea di principio anche se non sempre in pratica. Quando un israelita, costretto dalla necessità, vendeva la sua terra, ne rientrava in possesso personalmente o attraverso i suoi eredi ogni 50 anni, cioè nell’anno giubilare.

I profeti usano parole roventi contro l’accumulazione della ricchezza da parte dei ricchi a spese dei poveri. La loro critica sociale mette in chiaro una cosa: si abusa della proprietà là dove essa non è più un mezzo per la propria sicurezza e il proprio sviluppo, ma diventa strumento di potere per dominare gli altri. Ove i potenti sfruttano l’indigenza dei poveri, là è in pericolo quella libertà che Dio ha donato al suo popolo e che questi deve continuamente realizzare in concreto. Il Siracide dice in maniera lapidaria: Il pane dei bisognosi è la vita dei poveri, toglierlo a loro è commettere un assassinio. Uccide il prossimo chi gli toglie il nutrimento, versa sangue chi rifiuta il salario all’operaio (Sir 34,21-22).

La Bibbia sottolinea con grande energia i doveri sociali della proprietà.

Il diritto di proprietà dei padroni e le loro rivendicazioni trovano il loro chiaro confine là dove entrano in gioco le necessità elementari degli altri. Pertanto leggiamo nel libro del Deuteronomio (Cap. 24): Quando presti qualcosa a un altro e ne ricevi un pegno, se quell’uomo è povero, non andrai a dormire con il suo pegno. Dovrai assolutamente restituirgli il pegno prima del tramonto del sole, perché egli possa dormire con il suo mantello e benedirti; questo ti sarà contato come una cosa giusta agli occhi del Signore tuo Dio (v. 12 a); non prenderai in pegno la veste della vedova (v. 17); nessuno prenderà in pegno né le due pietre della macina, né la pietra superiore della macina, perché sarebbe come prendere in pegno la vita (v. 6).

I doveri sociali della proprietà vengono alla luce anche nella prescrizione di non raccogliere accuratamente tutto nei campi, nelle vigne e negli uliveti, ma di lasciare la possibilità ai poveri di racimolare quel che resta (cf. Dt 24,19-21; Lv 19,9s; 23,22).

La Bibbia menziona all’israelita credente tre motivi per cui non può disporre della sua proprietà a piacimento e in maniera arbitraria:

1 - Dio è il creatore e il sostenitore di tutte le cose, per cui ne è anche il primo proprietario; l’uomo è solo l’amministratore dei beni terreni. Questi gli sono stati dati in prestito ed egli dovrà rendere conto a Dio di come li ha usati. Dio fa dire con estrema chiarezza: Le terre non si potranno vendere per sempre, perché la terra è mia e voi siete presso di me come forestieri e inquilini (Lv 25,33).

2 - In linea di principio i beni della terra sono destinati a tutti gli uomini. Ciò risulta, per esempio, dal fatto che in caso di estrema necessità tutto è comune. Nell’Antico Testamento questo principio rimane comprensibile limitato a Israele. Dio non ha dato la terra promessa al singolo, ma a Israele come comunità. Di conseguenza in questo paese ci deve essere posto per tutti. I profeti pronunciano parole molto dure contro coloro che speculano sui terreni e sulle case, contravvenendo a questa direttiva (cf Mi 2,1-3; Is 5,8; ecc.). Il re stesso cade sotto questo verdetto, quando non si comporta bene (cf. Ger 22,13-19).

3 - Non possiamo dire che la proprietà degli altri non ci interessa, perché ne siamo corresponsabili. Di conseguenza dobbiamo stare attenti a non procurare danni al prossimo. Così leggiamo in Dt 22,1-3: Se vedi smarriti un bue o una pecora di tuo fratello, non devi fingere di non averli scorti, ma avrai cura di ricondurli a tuo fratello... Lo stesso farai del suo asino, lo stesso della sua veste, lo stesso di qualunque altro oggetto che tuo fratello abbia perduto e che tu ritrovi; tu non fingerai di non averli scorti.

Accanto a questi chiari obblighi sociali della proprietà viene con altrettanta chiarezza vietato il furto. È però opportuno distinguere tra furto dall’alto e furto dal basso. Allora risulta ancora più chiaro come la Bibbia metta il divieto del furto in rapporto con la dignità dell’uomo.

Il furto dall’alto è quello dei potenti che sfruttano la situazione di quelli che sono caduti in miseria e in questo modo viene minacciata quella libertà che Dio ha donato al suo popolo. Un esempio eloquente in tal senso è la storia di Nabot, un modesto contadino, che aveva una vigna accanto al palazzo del re (1Re 21). Il re Acab e sua moglie Gezabele non si danno pace finché Nabot non viene ucciso in maniera apparentemente legale, e il re si appropria del suo pezzo di terra. Il profeta Elia, mandato da Dio si presenta davanti al re e predice a lui e a tutta la sua casa la fine come castigo di questo crimine.

Certo anche il furto dal basso, quello perpetrato dai poveri, è proibito dal comandamento. Il settimo comandamento pone la proprietà personale dell’uomo sotto la protezione di Dio perché la proprietà serve a promuovere la libertà personale. Una certa misura di proprietà dischiude delle possibilità, mette a disposizione uno spazio per agire ed è un importante presupposto per la cultura. Questo comandamento vuole garantire le possibilità di tutti gli uomini e favorire il loro sviluppo.

Degno di nota è il fatto che l’antico Israele che conosceva la pena di morte per molti delitti (per es. per l’idolatria, l’adulterio e il ratto di persone), non ha mai punito con la pena di morte il furto di beni materiali. Possiamo addirittura dire che nella Bibbia il furto della povera gente viene giudicato con molta comprensione. Si pensi, ad esempio, a come il racconto dell’Esodo (3,21s) narri con una certa maligna soddisfazione che gli schiavi ebrei in fuga dall’Egitto si impossessano di oggetti di valore dei loro padroni egiziani, cosa che procurò sempre una qualche difficoltà ai moralisti nel corso dei secoli. L’esegesi tradizionale spiega che questo furto è una occulta compensazione del salario non percepito.

Nella tradizione cristiana l’aspetto del settimo comandamento riferito al ratto delle persone talvolta fu messo in ombra. Il rapimento e il commercio di persone umane fu continuamente praticato anche in paesi influenzati dalla fede cristiana. Una forma diffusa di ratto fu la pirateria: essa fu un flagello internazionale per secoli. Ricordiamo la cattura di ostaggi e la loro uccisione, in tempo di guerra e... in tempo di pace: è una grave piaga del nostro tempo (sequestri di persona). Ricordiamo il mercato degli schiavi neri che furono trasportati a milioni dall’Africa alle Americhe dai cattolicissimi regni di Spagna e Portogallo, dall’Inghilterra e da altri stati... cristiani. Queste vicende atroci e umilianti pongono ancor oggi il mondo di fronte a gravi problemi come quello dei meticci in America latina e della gente di colore negli U.S.A.

La schiavitù non è finita neppure oggi e neppure nella forma più grossolana. L’ Anti - slavery society che ha sede a Londra riferiva nel 1979 che il commercio degli schiavi viene tuttora praticato in circa 40 paesi della terra. Il rapporto parla di 5 milioni di schiavi tutt’oggi esistenti. Tale commercio è alimentato soprattutto negli stati allineati ai margini del Sahara: Ciad, Sudan, Niger e Mali; ma anche nella Sierra Leone, nel Ghana e nella Guinea equatoriale si riducono con la forza neri in schiavitù. I preferiti dai commercianti sono giovani e ragazze dai dodici ai vent’anni. I mercanti ne ricavano un utile di circa tre milioni (anno 1979) per ogni capo. Per tenerli buoni durante il trasporto li stordiscono con la droga. I compratori risiedono soprattutto nella penisola arabica. In diversi paesi islamici il commercio degli schiavi non è considerato una violazione della legge e della morale per cui è spesso difficile interdire questa attività.

Inoltre, sempre secondo questo rapporto, la schiavitù è tuttora diffusa anche in vari paesi dell’Asia e dell’America Latina. Nella giungla del Paraguay, per esempio, si organizzano regolarmente cacce agli indios, che poi vengono costretti a lavorare in stabilimenti per la lavorazione del legno e nelle fattorie. Chi cerca di fuggire, viene ucciso senza tante formalità.

Anche l’odierno impiego, abbastanza diffuso anche in Italia, di lavoratori stranieri illegali va visto come una forma di moderno commercio di carne umana.

Un’ultima parola sul furto dei beni. A tutti e a ciascuno compete il diritto primario e fondamentale, assolutamente inviolabile, di usare dei beni di natura nella misura necessaria per una realizzazione degna della persona umana. Tutti gli altri diritti, anche quello di proprietà e di libero commercio, gli sono subordinati.

Oggi riconosciamo sempre più, anche nella nostra società occidentale, che nella struttura sociale esistono numerosi elementi ladreschi.

Ogni forma di sfruttamento del bisogno altrui è uno di questi elementi.

Anche se questo sfruttamento è legale, può essere nello stesso tempo profondamente immorale, come quando si richiedono affitti esosi, interessi da usurai o si specula sui terreni.

La Seconda lettera al popolo di Dio proveniente dal movimento di Taizè emanata a Calcutta, fissa volutamente molto in basso il limite da cui incomincia l’ingiusta ricchezza: Resisti alla mania del consumo: quanto più compri, tanto più diventi dipendente. Con l’accumulo delle riserve per te o per i tuoi figli comincia l’ingiustizia... Se l’unica cosa che t’importa nel tuo lavoro è la carriera, la concorrenza, un alto stipendio e il soddisfacimento delle tue attese consumistiche, non sei lontano dallo sfruttare gli altri o dall’essere a tua volta sfruttato (Brief aus Taizè, luglio-agosto 1979).

Dio ama tutti senza eccezioni, ma non ama tutti allo stesso modo; egli non può amare allo stesso modo il carnefice e le sue vittime, lo sfruttatore e gli sfruttati.

Dobbiamo prendere con chiarezza ed effettivamente le distanze dall’ingiusta ricchezza e vivere nella misura massima possibile il vangelo della povertà. Siamo Chiesa. La credibilità di quanto annunciamo viene notevolmente incrinata se non amministriamo i nostri beni in modo da poter annunciare senza arrossire il vangelo ai poveri. Se, al contrario, la Chiesa (che siamo noi!) si presenta come uno dei ricchi e dei potenti di questo mondo, risulta diminuita la sua credibilità. Il nostro esame di coscienza deve raggiungere lo stile di vita di tutti: papa, vescovi, religiosi, religiose, laici.

Oggi il furto dall’alto viene praticato soprattutto nei rapporti tra nazioni industrializzate e ricche e paesi in via di sviluppo: lo sfruttamento dei poveri è favorito dalla cosiddetta libera economia di mercato. La Chiesa non può più essere l’alleata dei potenti, ma deve impegnarsi a ridurre il divario tra ricchi e poveri. Essa condanna sia il liberalismo economico che il marxismo. Ammette di aver molto mancato in campo economico e ribadisce che i beni della terra sono destinati a tutti. La proprietà deve essere fonte di libertà per tutti, mai di dominazione o di privilegi. È un dovere grave e urgente farla volgere alla sua finalità primigenia.

La ricchezza assolutizzata è un ostacolo alla vera libertà. I crudeli contrasti di lusso e di estrema povertà, aggravati inoltre dalla corruzione che invade la vita pubblica e professionale, manifestano fino a che punto i nostri paesi si trovano sotto il dominio dell’idolo della ricchezza. Capitalismo e marxismo sono forme di ingiustizia istituzionalizzata. Dobbiamo perseguire la civiltà dell’amore come ci ha detto Paolo VI a conclusione dell’Anno santo 1975.

Quanto abbiamo detto non deve ovviamente minimizzare il furto dal basso. Esso si manifesta, per esempio, anche nella vita professionale con l’uso sbagliato e negligente di macchine e impianti. Furto è anche l’abuso delle istituzioni dello stato sociale. C’è chi con tutta tranquillità prende il sussidio di disoccupazione e rifiuta offerte di lavoro, c’è chi fa il finto malato e usufruisce lautamente dell’assistenza pubblica...

Infine dobbiamo ancora menzionare il rispetto della proprietà comune.

Anche qui troviamo una vasta gamma di abusi che vanno dalla demolizione intenzionale di cabine telefoniche e di impianti pubblici... fino allo spreco del pubblico denaro e allo sfruttamento delle limitate risorse di materie prime.

La ricchezza infine può facilitare l’insorgere e il permanere delle varie forme di esercizio irriguardoso e brutale del potere.

Dio con i suoi comandamenti si interessa di tutto, ma non per opprimere l’uomo, bensì per favorire benefiche relazioni umane.

Oggi ancora è compito importante della pedagogia morale inculcare il rispetto della proprietà altrui. Dobbiamo imparare tutti e insegnare agli altri a non allungare la mano su ciò che non ci appartiene. Ma la pedagogia morale non può limitarsi a questo. Deve ampliare i nostri orizzonti includendovi problemi più grandi e risvegliare e rinvigorire la nostra determinazione di cooperare nei limiti del possibile alla loro soluzione.


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