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Ottavo comandamento
NON PRONUNZIARE FALSA TESTIMONIANZA



Il senso letterale originario di questo comandamento riguarda una situazione ben precisa: la testimonianza in tribunale. In Israele, date le limitate possibilità che la giustizia aveva a sua disposizione, le corrette informazioni dei testimoni avevano un’importanza particolarmente grande. A volte la falsa testimonianza di due testimoni davanti al giudice poteva provocare addirittura la condanna a morte di una persona. La Bibbia ricorda numerosi esempi al riguardo come quello di Susanna condannata a morte sulla parola di due falsi testimoni e salvata per intervento di Dio e di Daniele (Dn 13,1-64). Nello stesso processo di Gesù i falsi testimoni svolgono un ruolo decisivo (Mc 14,55ss).

Dati i pericoli che una falsa testimonianza può comportare per il prossimo, ogni israelita viene invitato a guardarsi da essa o da una testimonianza velenosa, dettata dall’odio: Non testimoniare alla leggera contro il tuo prossimo e non ingannare con le labbra. Non dire: Come ha fatto a me così io farò a lui... (Pr 24,28s).

Israele non riuscì propriamente mai ad avere un potere giudiziario indipendente dal governo e dall’amministrazione. Ciò fece sì che gli interessi dei potenti, sia politicamente, sia socialmente, influenzassero assai l’amministrazione della giustizia. I profeti usano parole particolarmente dure contro i giudici ingiusti.

Isaia accusa i potenti in Israele: I tuoi capi sono ribelli e complici di ladri; tutti sono bramosi di regali, ricevono mance, non rendono giustizia all’orfano e la causa della vedova fino a loro non giunge (1,23). Lo stesso profeta esclama: Guai a coloro che assolvono per regali un colpevole e privano del suo diritto l’innocente (5,23s). Parole simili usa Amos nei confronti di quei giudici che si arricchiscono con false sentenze: Essi sono oppressori del giusto, incettatori di ricompense e respingono i poveri nel tribunale (Am 5,12; cf. 5,7-15). Il Deuteronomio esorta i giudici: Non temete alcun uomo, perché il giudizio appartiene a Dio (Dt 1,17). Richiamandosi al Dio con noi i giudici devono salvaguardare la loro indipendenza anche verso i potenti.

Leggiamo nella lettera di Paolo agli Efesini: Perciò bando alla menzogna: dite ciascuno la verità al proprio prossimo, perché siamo membra gli uni degli altri (4,25). La verità consiste in primo luogo in un comportamento che favorisce la convivenza umana. La reciproca appartenenza umana non va distrutta dalla menzogna, che semina diffidenza e rende impossibile la convivenza dei membri del corpo di Cristo.

Pertanto, se vogliamo tenere conto nel modo giusto del senso fondamentale di questo comandamento, dobbiamo anzitutto sottolineare l’importanza della verità per la libertà dell’uomo. Gesù ce lo dice in termini estremamente chiari: La verità vi farà liberi (Gv 8,32). Verità, veracità e quindi reciproca fiducia sono elementi vitali indispensabili per la libera espansione dell’uomo. Dove invece la diffidenza mina le relazioni, lì l’umanità degli uomini intristisce.

Prendere seriamente l’ottavo comandamento significa per i credenti: impegnarsi per un ordinamento e un’amministrazione corretta della giustizia, un ordinamento e un’amministrazione che pongano la ricerca della verità al di sopra di ogni altro interesse e cerchino di impedire e di escludere ogni manipolazione del diritto. Un vivo interesse per queste cose rientra nella corresponsabilità politica dei credenti, specialmente quando oggi pensiamo agli abituali processi farsa e ai processi spettacolari dei regimi totalitari di ogni colore.

La sfera dell’ottavo comandamento non abbraccia solo la semplice bugia e neppure solo la sala del tribunale, ma ingloba tutte le situazioni in cui, sulla base di affermazioni altrui, si prende di mira un individuo. Tali situazioni si verificano anche nel campo dell’informazione e dell’elaborazione e conservazione dei dati. Nella sua odierna attualizzazione il comandamento riguarda anche il modo in cui si rilasciano certificati, nonché l’intenzione con cui i giornalisti mettono in pubblico la vita privata degli altri.

Ogni giorno, attraverso la stampa, la radio e la televisione, la scena pubblica della nostra vita diventa un tribunale. Non di rado il giornalista vi svolge il ruolo di pubblico ministero, accusa, adduce testimoni e richiede la pena. Una volta si diceva: È cosa terribile cadere nelle mani del Dio vivente (Eb 10,31). Oggi molti siamo quotidianamente costretti a sperimentare quanto sia spaventoso cadere nelle mani degli uomini. Non è fuori posto dunque mettere l’ottavo comandamento anche in relazione al rispetto che gli strumenti di comunicazione sociale devono avere della sfera privata e personale degli individui. Il richiamo alla verità non autorizza a danneggiare in qualunque modo la vita, l’onore, la professione e la libertà di un uomo, fintanto che il bene comune non lo richiede.

Non tutto ciò che è vero va manifestato, fintanto che esso non pregiudica la libertà altrui. Quel che diciamo deve essere vero, ma non abbiamo l’obbligo di dire tutto quello che è vero.

Alcuni fanatici della verità vanno fieri di sé perché dicono in faccia a tutti quel che pensano di male sul loro conto. Certo, a volte è necessario parlare con coraggio. La Bibbia ricorda numerosi esempi in questo senso: la coraggiosa filippica pronunciata da Natan davanti a Davide (2Sam 12,1-15) o la critica rivolta dal Battista al re Erode (Mt 14,4). Questo però non va scambiato con quegli episodi che servono solo a poter dire poi con orgoglio a sé e agli altri: Gliele ho cantate chiare! Il punto decisivo è un altro e cioè se con la mia critica intendo veramente aiutare il prossimo.

Un uso della verità che ha nell’amore il criterio supremo, richiede molto tatto. Bisogna fare in modo che la verità, anche quando fa male, in ultima analisi edifichi e non distrugga, che infonda coraggio e non deprima. Tutto questo ha un’elevata rilevanza pedagogico-morale.

L’ottavo comandamento - visto nel contesto di tutta la Bibbia - tiene conto in partenza della malignità del cuore umano, per esempio nella sua tendenza a dire piuttosto male che bene del prossimo. Uno dei compiti dell’autoeducazione etica sta nell’abituarsi a saper parlare bene dei propri nemici. Infatti se non so dire nulla di buono su di essi, posso star sicuro che non ho guardato bene.

Proprio sotto questo aspetto può essere utile richiamare l’avvertimento di Gesù: Non giudicate per non essere giudicati; perché col giudizio con cui giudicate, sarete giudicati, e con la misura con la quale misurate sarete misurati (Mt 7,2s). La prospettiva escatologica è evidente: Come tu fai agli altri Dio farà a te. Viceversa dobbiamo dire: Come Dio fa a me, così io faccio a te. Dio mi ha perdonato, è stato magnanimo con me, perciò sarò anch’io magnanimo nel perdonare gli altri. Perdonatevi a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo (Ef 4,32). Ovviamente non possiamo dire tutto questo finché non abbiamo smesso di danneggiare gli altri.


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