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INTRODUZIONE




Finalmente un numero sempre maggiore di uomini sta prendendo coscienza che il dominio scientifico e tecnico del mondo non basta da solo a garantire un futuro umanamente degno e migliore.

Se gli uomini di domani non saranno ispirati da una concezione di vita ricca di valori individuali, comunitari e sociali, ciò che li attende è il caos.

I cristiani, insieme con gli altri e più degli altri, sono chiamati a dare il loro contributo alla preparazione dei tempi nuovi e alla risoluzione dei nuovi problemi. La comprensione giusta, calibrata e attualizzata dei dieci comandamenti darà certamente basi sicure e nuovo slancio alla costruzione di un futuro degno dell’uomo.

Il decalogo (che significa le dieci parole) non è l’unico testo per fondare tutto il sistema della morale cristiana. Esiste il grande comandamento dell’amore, esiste la cosiddetta regola d’oro che tutti conosciamo in edizione negativa (non fare agli altri quello che non vorresti che gli altri facciano a te) e che il vangelo riporta in forma positiva ("tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la legge e i profeti" Mt 7,12).

Per un costume di vita cristiano il discorso della montagna (Mt 5-7) è tanto importante quanto i dieci comandamenti. Così pure il discorso di Gesù sul giudizio universale, in cui egli si identifica con i poveri e indica nell’amore per essi il criterio di giudizio, rientra in questo contesto (Mt 25,31-46).

I dieci comandamenti costituiscono un testo importantissimo per tutta l’umanità. Nella Bibbia il testo ci viene presentato due volte - e con notevoli differenze - in Es 20,1-17 e Dt 5,1-22. È una specie di programma per aiutare il popolo di Dio a non perdere nuovamente la libertà dopo la liberazione dalla schiavitù dell’Egitto e a non ricadere in nuove forme di asservimento. Il Dio liberatore chiama i liberati a collaborare alla salvaguardia della loro libertà: non basta accogliere la libertà come un dono; bisogna custodirla con vigilanza e costanza. Il decalogo è espressione della sollecitudine amorosa di Dio, il quale vuole che Israele non perda la libertà donatagli.

I dieci comandamenti costituiscono la parte fondamentale di tutta la legge: sono la base della vita degli uomini tra di loro e della vita del singolo e della comunità davanti a Dio.

Per comprendere i comandamenti nel modo giusto è necessario considerarli nel contesto di ciò che la Bibbia ci dice circa il rapporto di Dio con gli uomini e nella luce dei suoi progetti nei loro confronti. Solo dopo risulterà chiaro il contenuto dei singoli comandamenti. Vi anticipo la conclusione.

Essi hanno unicamente questo scopo: espandere, dilatare oltre ogni confine la libertà donata da Dio al singolo e alla comunità.

Dio è libero e vuole che l’uomo, fatto a sua immagine, partecipi a questa libertà: in questo l’uomo trova il proprio sviluppo e la pienezza di vita per sé e per gli altri. Quindi facciamo giustizia nei confronti di Dio: Egli non guarda con diffidenza alla libertà dell’uomo e non si preoccupa di imporre nuove catene con una fitta rete di leggi. Se così fosse, Dio non avrebbe creato l’uomo libero o lo avrebbe privato della libertà dopo i primi abusi e inconvenienti. No! Dio non guarda con sospetto la libertà dell’uomo, non teme la concorrenza dell’uomo: al contrario, come ogni padre, desidera che il figlio cresca nella libertà responsabile.

In questa prima parte consideriamo i dieci comandamenti come un complesso unitario. Nella seconda passeremo in rassegna i singoli comandamenti.

Il decalogo comincia con una frase d’importanza decisiva per la comprensione di tutto il testo: Io sono il Signore tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù (Es 20,1; Dt 5,6). Le singole direttive che seguono sono una conseguenza dell’azione liberatrice di Dio.

In altre parole, Dio dice al suo popolo: Io ti ho liberato dalla schiavitù; ora ti do dieci regole per restare libero e non ricadere in schiavitù: ti do i Dieci Comandamenti, ti do le dieci leggi della libertà.

Dopo che Dio ha liberato il suo popolo, questo deve comportarsi in maniera rispondente all’azione divina e non perdere o rovinare di nuovo con la propria incoerenza la libertà donatagli da Dio.

L’uomo non è schiavo di Dio e quindi tanto meno può essere schiavo di un altro uomo o delle cose o delle leggi. Nel nostro caso diciamo subito: Dio non vuole l’uomo schiavo dei comandamenti, ma libero, innamorato e riconoscente per il dono dei comandamenti. Di fronte a queste leggi l’uomo credente deve percepire in maniera molto intensa e con profonda gratitudine la gratuità dell’azione divina e sentirsi spinto ad agire in maniera simile a Dio, a comportarsi come si comporta Dio. L’osservanza gioiosa dei dieci comandamenti non nasce da fredde riflessioni razionali, ma da impulsi molto più profondi: scaturisce dall’esperienza dell’amore di Dio per l’uomo, dal sentirsi amati infinitamente da Lui. L’osservanza diventa così frutto ed espressione di gratitudine. L’agire dell’uomo così ispirato si trova liberato dall’angoscia del dovere e dall’aridità e dalla noia di un adempimento puramente esteriore di doveri, e assume un tono di festosità e di gioia. L’uomo non si comporta più da schiavo ma da figlio perché ha compreso che l’adesione a Dio è la sorgente straripante di ogni gioia piena e duratura, che servire a Dio è regnare.

Non vogliamo che queste parole appaiano entusiasmi puerili di chi ancora non conosce la vita e le inclinazioni dell’uomo al male. L’osservanza dei comandamenti non scaturisce immediatamente. Dapprima i comandamenti non vengono accolti con entusiasmo spontaneo come se ci venisse fatto un dono che ci procura una grande gioia, soprattutto se quanto ci richiedono i comandamenti non coincide con le nostre inclinazioni e i nostri interessi immediati. L’uomo, in forza delle sue disposizioni naturali tende a contraddire le norme che gli vengono imposte e a resistere. Solo se l’uomo percepisce che i comandamenti sono un dono prezioso di Dio e ne sperimenta i risultati entusiasmanti che derivano dalla loro osservanza, esprimerà la propria gratitudine a Dio con un comportamento corrispondente, convinto e gioioso.

L’osservanza dei comandamenti è un atto di amore a Dio che ci ama. Tutto quello che non è fatto per amore non è osservanza vera, è non osservanza, è peccato. L’osservanza dei comandamenti è la nostra collaborazione con l’azione liberante di Dio: diamo una mano a Dio che ci libera, gli permettiamo, con i fatti, di liberarci dal male. Il comportamento richiestoci da Dio attraverso i comandamenti è quello della fede (in questo caso: credere che i comandamenti sono per il nostro vero bene), della relazione entusiasta, amorosa e vivace con Lui. Si tratta di cooperare consapevolmente con l’azione di Dio. I comandamenti mirano a far sì che l’uomo credente impari a camminare con Dio (Mi 6,8), a percorrere con Lui una via comune. Per questo il decalogo viene definito nel Sal 25 come la via di Dio.

Le singole prescrizioni del decalogo sono semplicemente una concretizzazione del primo comandamento. Senza la fede in Dio, senza la base della relazione viva, adorante e grata con il Dio liberatore tutti gli altri comandamenti rimangono sospesi per aria. In altre parole Dio dice: Se hai realmente capito che cosa ho fatto per te guidandoti alla libertà, non andrai più dietro ad altri dèi, né calpesterai i diritti del tuo prossimo. Il decalogo, quindi, non è una legge concepita in termini giuridici, ma una direttiva per la vita, una parola che ispira e orienta, che aiuta a risolvere i problemi dell’esistenza.

L’Antico Testamento è pervaso di tanta gioia per i comandamenti di Dio. Nel Sal 19 la legge viene cantata così: La legge del Signore è perfetta, rinfranca l’anima. La testimonianza del Signore è verace, rende saggio il semplice. Gli ordini del Signore sono giusti, fanno gioire il cuore; i comandi del Signore sono limpidi, danno luce agli occhi... I giudizi del Signore sono più preziosi dell’oro, di molto oro fino, più dolci del miele (Sal 19,8-11).

Il Sal 119, che è il salmo più lungo, è tutto un elogio della legge divina. Quanta differenza tra il Sal 112 che recita: Beato l’uomo che teme il Signore e trova grande gioia nei suoi comandamenti, e la reazione negativa, annoiata o stizzosa degli uomini di fronte alla legge di Dio. Forse, andando al catechismo da piccoli o a dottrina da grandi, avevamo capito tutto il contrario.

Leggere la Bibbia, conoscere l’Antico Testamento è una condizione indispensabile per la piena comprensione dei comandamenti. I cinque libri attribuiti a Mosè, il Pentateuco, non si occupano delle azioni eroiche degli antenati, ma ci mettono sotto gli occhi l’apprendimento spesso faticoso del modo di comportarsi con Dio, illustrato con l’aiuto dei singoli personaggi. Da essi è stato possibile imparare che cosa sia la fede, quella concreta, quella vissuta nella vita.

C’è una bella differenza tra una presentazione intellettualistica dei comandamenti e un influsso che prende e mette in moto le forze spirituali più profonde dell’uomo. Quello che interessa e soddisfa sommamente l’intelletto può spesso addirittura paralizzare e uccidere le energie spirituali che dovrebbero mettere in moto la volontà. L’uomo, data la sua naturale pigrizia e pusillanimità, ha bisogno di forti motivazioni per attuare effettivamente quello che riconosce come bene. La pedagogia morale deve ricorrere in larga misura a elementi narrativi e anche estetici per esaltare la bellezza del bene con racconti illuminanti e pieni di fascino: gli esempi trascinano.

Il fine del decalogo, lo scopo che Dio si propone dando i dieci comandamenti agli uomini è uno solo: la libertà; vuole che gli uomini siano liberi.

Dice il Concilio Vaticano II: Mai come oggi gli uomini hanno avuto un senso così acuto della libertà e intanto sorgono nuove forme di schiavitù sociale e psichica (GS 4).

Che cos’è la libertà? Ce lo chiediamo perché esiste una concezione deleteria della libertà, che in ultima analisi produce l’opposto di quello che persegue e propaganda. E nel mondo d’oggi va diffondendosi una libertà distruttiva e irresponsabile, capace di scuotere le fondamenta della società umana.

Dio è libero e vuole che l’uomo, sua immagine, partecipi alla sua libertà. L’uomo, immagine di Dio, deve poter vivere nella libertà di Dio. Il Dio della Bibbia non vuole che la libertà sia coartata da altri uomini o dalle forze del male e del peccato: l’uomo per essere uomo deve essere libero. Il decalogo si riferisce a quelle forme sbagliate di comportamento che mettono a repentaglio la libertà dell’uomo: le smaschera e le combatte.

Molti continuano a pensare, sbagliando, che la libertà dell’uno ostacoli e impedisca la libertà dell’altro. Invece bisogna affermare con forza che la libertà intesa nel senso della Bibbia, si realizza solo nella comunicazione: nella comunicazione dell’uomo con Dio e nella comunicazione degli uomini tra di loro.

La libertà di Dio non è libertà di scelta tra il bene e il male (Dio non è tentato dal male) bensì libertà in ordine a un amore infinito. Dio è colui che è libero nel suo amore e ama nella sua libertà. Gli uomini devono partecipare a questa libertà divina che non è arbitrio: la libertà donata loro da Dio è la libertà di amare, la libertà di cooperare a ciò che Dio ha cominciato e sta portando a termine con la sua azione liberatrice. La libertà divina e quella umana non sono rivali tra loro: al contrario la libertà di Dio è condizione fondamentale della libertà dell’uomo che si sperimenta come libertà donata e dovuta ad altri. Scegliere la libertà come fondamento supremo della realtà significa credere in Dio. Il vero credente è rispettosissimo della libertà altrui e gelosissimo della sua. Nelle società atee la libertà degli uomini viene sempre gravemente lesa, nonostante tutte le assicurazioni in contrario.

Caratteristica della sovranità di Dio è che essa non opprime gli uomini, ma li rende liberi. Coloro che accolgono il regno di Dio cominciano a vivere in maniera nuova, cioè senza angoscia, pieni di fiducia e di consolazione, sani e salvi: in una parola, liberi.

La libertà così intesa non si attua solo nella comunicazione con Dio, ma anche nella comunicazione degli uomini tra loro. Libertà significa sovranità di fronte a tutte le ossessioni che incatenano la volontà, di fronte all’ossessione dell’attività, della mancanza di riguardo, dell’incapsulamento nel proprio io. L’uomo può fare l’esperienza beatificante di una simile libertà solo nella comunione, nella unione con Dio e con gli altri, e quando ha fatto questa esperienza si sente spinto a comunicarla agli altri con convinzione e con insistenza; e l’altro, gli altri, non sono un limite, come l’individualismo occidentale ha sempre pensato, ma la condizione della mia libertà. Dobbiamo combattere una concezione sbagliata, secondo la quale la libertà e l’autonomia sarebbero inconciliabili con l’amore del prossimo o addirittura con l’obbedienza. Bisogna anzi affermare il contrario: noi amiamo tanto quanto siamo liberi; noi obbediamo (nel senso vero del termine) tanto quanto siamo liberi. L’altruista è l’uomo libero da tutti i condizionamenti e per questo può amare con tutto se stesso. L’egoista, al contrario, è schiavo di sé e imprigionato dalle sue cose, e di conseguenza incapace di amare.

Voi capite allora che la trasgressione dei comandamenti è peccato perché il peccato è allontanamento dallo spirito liberatore di Dio e quindi una caduta nella mancanza di libertà. Secondo l’insegnamento della Bibbia il regno del peccato è un regno di crescente mancanza di libertà. L’abuso di libertà non rende più liberi, ma lede la libertà e l’uomo che ne abusa.

Quindi una libertà mal intesa esalta l’egoismo e il libertinaggio, non rende liberi ma aumenta piuttosto la solitudine e la mancanza di relazioni degli uomini tra loro e con Dio. Se i cristiani parlano di colpa e di peccato non lo fanno per limitare o impedire la libertà propria e altrui, ma per aiutare a scoprirla e a salvaguardarla. La libertà donata e resa possibile da Dio è sempre in pericolo; il Dio della Bibbia si rivela come un Dio costantemente intento a restaurare e ad ampliare tale libertà.

L’uomo si condanna da solo alla perdizione quando rifiuta Dio. Non è propriamente Dio a punire, ma è l’uomo a punire se stesso quando volta le spalle a Dio.

La conversione, il girarsi nuovamente verso Dio, è un atto che ci riporta alla libertà.

Il testo del decalogo comincia sempre con il ricordo dell’azione liberante e redentrice compiuta da Dio in occasione dell’uscita dall’Egitto: Io sono il Signore, Dio tuo, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù (Es 20,2; Dt 5,6). Solo unitamente alla liberazione dell’Esodo il decalogo acquista il suo vero senso e solo in questo contesto si capisce che i comandamenti non sono propriamente delle leggi o dei comandi di un Dio autoritario e tirannico, bensì istruzioni di vita. Se si lascia da parte il preambolo, si priva letteralmente il decalogo del suo significato più alto e del suo fondamento. Purtroppo, questo preambolo, così decisivo per la comprensione di tutto il decalogo venne trascurato per secoli, cosa che diede origine a una morale legalistica, che sottolineava esclusivamente le esigenze imposte da Dio agli uomini. Era quindi inevitabile che uomini sempre più numerosi prendessero sempre più le distanze da una simile morale legalistica. Occorre dunque restituire al decalogo il peso e il senso che gli attribuisce la parola di Dio: è una legge d’amore, è una legge di liberazione e di libertà.

Il decalogo è un invito a rendere operante la libertà donata da Dio. Egli ha sollevato Israele dal fango; ora i liberati devono impegnarsi a cooperare con Dio e a trarre, in suo onore, anche altri fuori da questa condizione.

Il tema principale di tutti e dieci i comandamenti può essere definito così: essi invitano i credenti a cooperare con l’azione liberatrice che Dio ha cominciato, affinché tutti gli uomini, immagine di Dio, vedano riconosciuti i loro diritti e possano vivere liberi. I dieci comandamenti indicano i punti più importanti, in cui la libertà donata da Dio risulta particolarmente vulnerabile. I credenti, dunque, non devono solo rispettare il diritto, la libertà e lo sviluppo degli altri, ma ricercarli attivamente. Il Decalogo, quale documento della libertà donata e resa possibile da Dio, invita a cooperare con la storia della liberazione che Dio ha messo in moto in questo nostro mondo con l’esodo d’Israele dall’Egitto e con l’esodo di Gesù dalla potenza della morte e del peccato attraverso la sua morte e la sua risurrezione.

I dieci comandamenti sono altrettante direttive preziose e liberanti. Sono istruzioni per un giusto comportamento con il mondo, con se stessi, con il prossimo e con Dio.

Il decalogo è il libretto di istruzione per l’uso relativo al comportamento in questo mondo. Bisogna leggerlo e attenersi a quanto dice se non vogliamo rovinare o distruggere noi stessi, gli altri e l’ambiente in cui viviamo.

Prima di prendere in considerazione i singoli comandamenti, facciamo (per la terza volta!) una forte sottolineatura al preambolo dei comandamenti. Ambedue le redazioni bibliche del decalogo cominciano ricordando che il Signore è il Dio salvatore del suo popolo: Io sono il Signore tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù (Es 20,2; Dt 5,6). Solo nel contesto del ricordo della salvezza, della liberazione dall’Egitto, i singoli comandamenti acquistano il loro vero senso di direttive per la vita. Essi servono a illustrare in maniera esemplare una precisa verità: gli uomini che si sono lasciati salvare dal Signore, sono chiamati a non perdere di nuovo il dono della libertà, ma a incrementarlo per diventare sempre più liberi come il loro Dio.

Nella misura in cui gli uomini osservano i comandamenti di Dio essi diventano immagine di Dio.


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