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La colomba nei cieli, una visione interpretativa



"Ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui". (Matteo 3,16)





La cornice storica del passo citato è l’evento che si sta compiendo su una sponda del Giordano (forse la riva orientale giordana, secondo vari studiosi sulla base di scavi archeologici degli ultimi decenni): Gesù è battezzato da Giovanni.

Il fatto è certamente storico perché non si sarebbe mai “inventato” da parte dei primi cristiani un episodio che vede Cristo “inferiore” al Battista e per di più ricevendo un Battesimo fatto per «confessare i peccati» (Matteo 3,6). Nell’interno di questo evento storico è incastonata, però, un’esperienza che Matteo descrive come personale, vissuta dal solo Gesù.

Infatti è “per lui” che si squarciano i cieli ed è solo sua la visione dello Spirito di Dio sotto il simbolo della colomba, un segno variamente interpretato, anche perché questo uccello sembra essere un emblema di Israele (Salmi 68,14; 74,19; Osea 7,11). In questo caso lo Spirito divino rappresenterebbe la nuova comunità fedele che si raduna attorno al Messia. A questa esperienza intima di Gesù viene associata una epifania divina aperta a tutti.

È la voce dal cielo che proclama: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento» (3,17). La frase merita un’attenzione particolare perché assegna il significato ultimo all’evento del Battesimo che Gesù ha appena ricevuto da Giovanni. Non per nulla gli esegeti parlano di una “visione interpretativa” per definire il valore di quanto abbiamo appena descritto. L’atto rituale di purificazione, che il Battista amministrava agli ebrei che accorrevano a lui, si trasforma così in una sorta di investitura solenne messianica di Gesù davanti a tutto Israele.

Ma la rilettura evangelica con quella frase “celeste” va oltre e, alla luce della gloria pasquale, delinea un messianismo più alto di natura trascendente. Come è noto, infatti, la figura del Messia atteso dall’ebraismo aveva connotati creaturali, così da non inficiare il rigoroso monoteismo biblico. In questa linea anche il misterioso Figlio dell’uomo cantato da Daniele (7,13-14), dotato da Dio di un potere supremo, veniva lasciato nel limbo di un messianismo non applicabile a nessuno, tant’è vero che sarà Gesù (seguito dalla Chiesa delle origini) ad assegnarsi tale titolo “eccessivo”, creando una sorta di provocazione nel contesto religioso di allora. Esplicita, invece, è adesso la definizione di Cristo: nel quadro di questa visione trascendente egli è il Figlio prediletto e unico di Dio.







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