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La vita eterna è conoscere, cioè amare Dio



"Questa è la vita eterna: che conoscano te, unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo". (Giovanni 17,3)





Anche chi non ha consuetudine con la teologia possiede una vaga nozione dell’aggettivo “gnostico”, come qualcosa di ereticale, esoterico, sofisticato. Lo gnosticismo fu un fenomeno culturale dei primi tempi della Chiesa, sviluppatosi soprattutto nella cristianità egiziana, con un alto grado di elaborazione intellettuale, una vasta e raffinata produzione letteraria e notevoli de generazioni teologiche.

Semplificando, potremmo dire che per la “gnosi” (vocabolo greco che indica la “conoscenza”) la salvezza si ottiene ascendendo dalla materialità pesante verso il cielo cristallino della contemplazione, della purificazione mentale e spirituale, in un decollo che lasci a terra le spoglie della carnalità. È per questo che Giovanni apre il suo Vangelo proclamando invece che «il Verbo divenne carne» (1,14) e ripetutamente dichiarerà che «ogni spirito che riconosce Gesù Cristo venuto nella carne, è da Dio» (1Giovanni 4,2).

A questo punto sorge spontanea una domanda: come mai, allora, in apertura alla solenne preghiera che Gesù pronunzia alla fine dei suoi discorsi nell’ultima cena, si legge la frase apparentemente così “gnostica” che abbiamo posto sotto l’obiettivo della nostra analisi? La vita eterna, cioè la piena e finale comunione con Dio, è frutto della “conoscenza” di Dio e di Cristo? I privilegiati sono, allora, i teologi o chi si dedica alla pura contemplazione e speculazione dottrinale? La risposta, dato quanto si è detto prima per Giovanni, non può che essere negativa. E la giustificazione è nel sottofondo biblico che l’uso del verbo “conoscere” ha in autori – come quelli del Nuovo Testamento – dotati di una matrice ebraica.

In quella cultura, infatti, la conoscenza è un’attività complessa, simbolica, onnicomprensiva. Presuppone sia una dimensione intellettiva e razionale sia un aspetto volitivo e persino affettivo e giunge fino a designare una qualità operativa concreta. Non per nulla è ben noto che “conoscere” diventa anche il verbo destinato a indicare nella Bibbia l’atto sessuale. Conoscere è, perciò, amare: «Chi non ama non ha conosciuto Dio» (1Giovanni 4,8). Questa concezione è presente anche in san Paolo: «Adesso conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto» (1Corinzi 13,12); e poco prima l’Apostolo aveva cantato il suo celebre inno sulla carità.

La meta finale del cristiano è, dunque, un conoscere amare, come preannunciava il libro della Sapienza: «Conoscere la tua potenza è radice di immortalità» (15,3). Questo, però, non esclude la dimensione intellettiva, cioè la conoscenza delle verità di fede a partire dalla divinità di Cristo: «L’anticristo è colui che nega il Padre e il Figlio... Chi professa la sua fede nel Figlio possiede anche il Padre» (1Giovanni 2,22 23).







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