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Il discepolo amato figura del vero credente in Cristo


"Uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù" (Giovanni 13, 23)




Distribuiti su divani, com’è uso in Oriente, i discepoli stanno partecipando all’ultima cena. Tra costoro entra in scena per la prima volta la figura enigmatica del “discepolo che Gesù amava”. Da qui in avanti egli è citato sei volte (vedi anche 19,26; 20,2; 21,7.20.24) e quindi è in azione solo durante la passione e la risurrezione di Cristo. Celebre è il quadro del Golgota ove quel discepolo è con Maria ai piedi della croce (19,25-27).

Egli è “al fianco di Gesù”: il greco parla di “seno di Gesù”, quindi è stretto a lui e l’arte nei secoli lo ha rappresentato così, in una vicinanza tale che gli permette – come narra l’evangelista Giovanni – di raccogliere il suggerimento di Pietro per fargli svelare dal Maestro chi sia il traditore. E, infatti, «egli, chinatosi sul petto di Gesù, gli disse: Signore chi è?» (13,25). La risposta non tarda a venire ed è accompagnata da un segnale. Cristo offre al traditore il “boccone dell’ospite”.

Commenta un noto studioso del quarto Vangelo, l’americano Raymond Brown: «Gesù rivolge a Giuda lo speciale atto di stima con cui un anfitrione distingue un ospite che vuole onorare, scegliendo per lui un boccone prelibato dal piatto comune. Ma questo segno d’amore di Gesù, anziché convertirlo, spinge Giuda al giudizio». Infatti, «preso il boccone, subito uscì. Ed era notte» (13,30). Ma ritorniamo al misterioso “discepolo che Gesù amava” per rispondere al quesito spontaneo sulla sua identità.

Alcuni hanno pensato persino a Lazzaro, perché di questo amico risuscitato da morte si diceva nel Vangelo che era «colui che Gesù amava… al quale egli voleva molto bene» (Giovanni 11, 3.5).
Altri sono ricorsi a Giovanni Marco, il cristiano discepolo di Pietro e di Paolo, che aveva una casa a Gerusalemme (Atti 12,12) e che la tradizione identifica con l’evangelista Marco. Tutto questo sembra, però, un arrampicarsi sugli specchi. Più immediato pare il riferimento all’apostolo Giovanni, figlio di Zebedeo. Tuttavia, secondo una caratteristica del quarto evangelista, l’espressione “discepolo che Gesù amava” acquista una risonanza ulteriore che va oltre l’identificazione anagrafica.

In Giovanni di Zebedeo si vuole tipizzare il ritratto del discepolo ideale, perciò l’espressione assume un valore simbolico. Scriveva il teologo Max Thurian: «Egli è la personificazione del discepolo perfetto, del vero fedele di Cristo, del credente che ha ricevuto lo Spirito».







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