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Il Figlio dell'Uomo, dal trono della Croce, rimane in eterno


"Noi abbiamo appreso dalla legge che il Cristo rimane in eterno. Come puoi dire che il Figlio dell'uomo dev'essere innalzato? Chi è questo Figlio dell'uomo?" (Giovanni 12,34)




A rivolgere a Gesù questa domanda un po’ oscura è la folla che prima ha ascoltato una frase dello stesso Cristo che parlava della sua morte: «Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me» (12,32). Il quarto evangelista, infatti, ama descrivere – come abbiamo avuto occasione in passato di spiegare commentando il passo di 3,14 – la morte e la risurrezione di Cristo secondo l’immagine dell’“innalzamento-esaltazione”. Per questo la croce diventa quasi un trono di gloria, da emblema infame dell’esecuzione capitale quale essa era.

L’interrogativo dell’uditorio è, quindi, questo: se tu ti presenti come Messia (in greco “Cristo”) e come Figlio dell’uomo, un titolo messianico glorioso desunto dal libro del profeta Daniele (si legga 7,13-14), perché mai devi essere appeso a una croce e finire così miseramente? Nella Legge (Torah) – in realtà si intende tutta la Bibbia – «noi abbiamo appreso invece che il Cristo/ Messia rimane in eterno». Per il Figlio dell’uomo, poi, Daniele affermava che «gli furono dati potere, gloria e regno, tutti i popoli, nazioni, lingue lo servivano e il suo potere è un potere eterno che non finirà mai, e il suo regno non sarà mai distrutto » (7,14). Si tratterebbe, quindi, di un evidente contrasto con la fine miseranda per crocifissione.

Il quesito della folla contiene in verità un problema preliminare esegetico: dove mai nella Sacra Scrittura si dice che il Messia «rimane in eterno»? Che la dinastia davidica abbia un futuro sconfinato e stabile lo si fa intuire in più di un passo: Isaia, per esempio, chiama il re-Messia «Padre per sempre» e «la pace non avrà fine sul trono di Davide e sul suo regno» (9,6). Ma in nessun testo biblico si afferma che il Messia “rimane, permane” per sempre, una formula che si applica invece al Signore, alla sua giustizia e alla sua fedeltà-verità.

L’idea di una permanenza eterna del Messia, essendo egli l’Inviato da Dio per eccellenza, affiora in realtà in un Salmo messianico caro anche al Nuovo Testamento, l’89, nel quale il Signore proclama esplicitamente che «la discendenza [di Davide] durerà in eterno, il suo trono davanti a me quanto il sole, sempre saldo come la luna» (vv. 37-38).

La tradizione giudaica, poi, vedeva in questo passo il Discendente davidico messianico. Inoltre, la convinzione della “permanenza” eterna del Messia, come si è visto, era netta nella figura del Figlio dell’uomo di Daniele («un potere eterno che non finirà mai»).

Possiamo a questo punto spiegare che nell'affermazione di Gesù non esiste una contraddizione con la promessa messianica biblica. Certo, a prima vista egli aveva stravolto questo concetto annunciando la morte per crocifissione del Messia Figlio dell’uomo ed è così che si spiega la reazione della folla.

In verità, però, la sua morte sarà un’esaltazione-glorificazione pasquale che confermerà con la risurrezione la tradizione che riteneva il Messia come colui che «rimane in eterno».







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