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«Salvami da quest'ora»: Gesù sperimenta sofferenza e paura


"L'anima mia è turbata. Che cosa dirò: «Padre, salvami da quest'ora»? Ma proprio per questo sono giunto a quest'ora!" (Giovanni, 12,27)




Perché abbiamo proposto queste parole, a prima vista chiare, che Gesù pronuncia davanti a un gruppetto di Greci, di stranieri venuti a Gerusalemme per assistere ai riti ebraici della festa di Pasqua? Notiamo che sono proprio stranieri pagani, perché l’Evangelista usa il termine Héllenes per definirli; non sono, dunque, Giudei della Diaspora greca, residenti all’estero, denominati invece Hellenistái .

Ma torniamo alla frase autobiografica di Gesù. In quelle parole sembra profilarsi la scena tenebrosa del Getsemani, quando Cristo sconvolto dalla paura della morte, con la pelle striata da un sudore sanguinante, implorerà il Padre celeste così: «Padre, se vuoi allontana da me questo calice!» (Luca 22,42). Anche ora la sua anima è torturata e sulle sue labbra affiora un’invocazione analoga: «Padre, salvami da quest’ora!». È evidente l’angoscia che squassa le fibre interiori di Gesù. È proprio qui l’aspetto sorprendente di questo passo: il Figlio di Dio, come un qualsiasi uomo che sente avvicinarsi la morte, implora di essere “salvato”, chiede a Dio di allontanare quello spettro da incubo.

Anche quella grandiosa omelia che è la Lettera agli Ebrei conserva la memoria di queste ore: «Nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo dalla morte» (5,7). È il segno quasi sperimentale dell’Incarnazione, ossia del Dio fatto uomo. Il Figlio per eccellenza scende con la sua umanità nella galleria tenebrosa della paura, della sofferenza e nell’estremo abisso della morte.

Ed è proprio per questo, divenendo vero fratello di tutti gli uomini e le donne, che può «sentire giusta compassione per quelli che sono nell’ignoranza e nell’errore, essendo anche lui rivestito di debolezza», come spiegherà lo stesso autore della Lettera agli Ebrei (5,2). Libertà, umanità, fragilità, terrore, desiderio di sfuggire al dolore e alla morte sono condensati in queste poche parole così umane di Gesù. Ma alla fine è la scelta divina a prevalere. Egli sa che il Padre ha un progetto da attuare proprio attraverso la morte del Figlio, atto supremo di solidarietà e vicinanza all’umanità. Ecco, allora, la conclusione decisiva: «Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora!». E il Padre pone il suo suggello con una voce celeste che è simile a un tuono, il simbolo delle rivelazioni divine: «L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!» (vedi Giovanni 12,28-29)







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