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Il tempio del suo corpo


"«Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere!... Egli parlava del tempio del suo corpo»." (Giovanni 2, 19-21)





La frase pronunciata da Gesù, dopo il gesto profetico delle frustate ai mercanti nel tempio, è interpretata subito dall’evangelista stesso col rimando simbolico al corpo di Cristo. Questo significato profondo e allusivo non è, però, compreso dai Giudei che ascoltano Gesù e lo criticano per essersi arrogato un’autorità che non gli competeva. Anzi, il loro è un vero e proprio fraintendimento che gli studiosi amano classificare con l’espressione “ironia giovannea”.

È l’incomprensione che banalizza un’affermazione profonda di Cristo. Questo equivoco si ripresenterà successivamente quando Nicodemo, all’annunzio della nuova nascita da parte di Cristo, reagirà: «Come può nascere un uomo quando è vecchio? Può forse en- trare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?» (3,4). Oppure quando, di fronte all’offerta dell’«acqua viva» da parte di Gesù, la Samaritana replicherà: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo, da dove dunque prendi quest’acqua viva?» (4,11). E, sempre nella stessa scena, ai discepoli che lo invitano a mangiare,
Cristo dichiarerà di avere un altro «cibo che voi non conoscete» e loro ingenuamente si domanderanno: «Qualcuno gli ha forse portato da mangiare?» (4,31-33).

Potremmo continuare a lungo a segnalare queste incomprensioni che generano risposte fin esilaranti: si provi a leggere i passi giovannei di 6,34 sul «pane vivo» che cancella ogni appetito; di 7,34-35 sulla «partenza» di Gesù nella sua morte, scambiata per un viaggio tra i Greci; di 8,32-33 sulla libertà interiore interpretata come un’accusa di schiavitù da parte dei suoi ascoltatori; di 11,11-12 sul «sonno» di Lazzaro considerato come benefico e non mortale dai discepoli; di 13,9-10 con un Pietro che, invece di una purificazione interiore, immagina di doversi lavare piedi, mani e capo per essere con Gesù. E così via in altri esempi.

Ritorniamo ora al nostro testo, affidato appunto alla spiegazione metaforica dell’evangelista; il tempio è il corpo morto e risorto di Cristo, ricostruito in tre giorni secondo la simbologia dei numeri (il tre è un numero biblico che indica una compiutezza) e secondo il modo semitico di considerare come un’unità anche le frazioni di una gior- nata. Ciò che, però, incuriosisce è l’in- comprensione della gente che ascolta Gesù: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?» (2,20). La frase è interessante dal punto di vista storico. L’erezione del tempio di Gerusalemme da parte di Erode iniziò nel 20-19 a.C. Ci troveremmo, allora, dopo 46 anni, nella Pasqua del 28 d.C.

Saremmo, quindi, di fronte a uno dei pochi dati cronologici offerti dai Vangeli, più o meno coincidente con quello che Luca ci indica ponendo l’inizio della predicazione del Battista «nell’anno quindicesimo di Tiberio» imperatore, data che corrisponde proprio all’anno 27-28 d.C.








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