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Ecco l'agnello di Dio!


"Ecco l'agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo" (Giovanni 1,29)





Il lettore praticante, che è abituato a sentire questa frase ogni volta che il sacerdote leva l’ostia davanti ai fedeli prima della Comunione, si chiederà: perché mai proporre una simile dichiarazione, pronunciata dal Battista, tra le parole difficili presenti nei Vangeli? La risposta è celata proprio nella densità tematica che è sottesa a una frase apparentemente chiara, semplice e abituale nella fede e nella liturgia cristiana. Cerchiamo, allora, di far passare davanti a noi le tre componenti che la costituiscono.

Innanzitutto l’agnello di Dio. Sulle labbra del Battista forse c’è un rimando all’agnello simbolico caro a quella letteratura popolare nota come “apocalittica”: è, allora, l’agnello mite e indifeso che paradossalmente piega e sconfigge le belve del male. Anche nell’Apocalisse di Giovanni si leggerà, infatti, che i seguaci della Bestia satanica «combatteranno contro l’Agnello [Cristo], ma l’Agnello li vincerà, perché è il Signore dei signori e il Re dei re» (17,14). Il simbolo, però, rimanda spontaneamente anche all’agnello pasquale: è ciò che l’evangelista ribadirà quando ricorderà che al Cristo crocifisso non vengono infrante le gambe, proprio come accadeva all’agnello immolato a Pasqua che non aveva nessun osso spezzato (Giovanni 19,36).

Una terza allusione è, però, ancor più rilevante: del Servo sofferente messianico, cantato dal profeta Isaia, si dice che «era come agnello condotto al macello» (53,7). Tra l’altro, in aramaico, la lingua usa- ta dal Battista, è curioso notare che esiste un vocabolo, talya’ , che significa sia “servo” sia “agnello”. Con questa interpretazione che collega l’agnello al Servo del Signore possiamo spiegare la seconda locuzione, colui che toglie . Del Servo messianico, infatti, si diceva che «si era addossato i nostri dolori... portava il peccato di molti» (Isaia 53,4.12). Il verbo ebraico usato, nasa’, indica sia “portare” sia “togliere”. I due significati sono in pratica omogenei: il Messia, e quindi Cristo, si addossa su di sé il male dell’umanità per cancellarlo, lo porta per toglierlo via.

E qui affiora indirettamente un ulteriore aspetto dell’agnello: esso è il sacrificio perfetto e vivente che espia il peccato e riconcilia l’umanità con Dio. Si intrecciano, così, i tre profili dell’agnello apocalittico, pasquale e messianico che abbiamo descritto.

Rimane ora l’ultima locuzione: il peccato del mondo . La liturgia eucaristica cattolica ha introdotto il plurale “i peccati” cancellati dalla vittima sacrificale Cristo. Questa rilettura ha certamente un rimando neotestamentario, perché nella Prima Lettera di Giovanni si legge che Cristo «si manifestò per togliere i peccati» (3,5). Il singolare usato dall’evangelista nella frase che abbiamo esaminato è un riferimento al peccato radicale del mondo, quello di non credere nel Figlio di Dio. «Se foste ciechi», dirà Gesù ai farisei dopo la guarigione del cieco nato, «non avreste nessun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo!”, il vostro peccato rimane» (Giovanni 9,41). L’incredulità ostinata è la base dalla quale si leva e cresce la pianta perversa dei nostri peccati molteplici.








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