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Le pietre d'inciampo del Vangelo


"Il Verbo carne divenne e pose la sua tenda in mezzo a noi." (Giovanni 1,14)




È uno dei versetti più celebri di tutti i Vangeli. Esso è incastonato nel grandioso inno che funge da prologo al quarto Vangelo. Abbiamo proposto una versione che ricalcasse l’originale greco, ben più intenso della pallida traduzione di uso comune: «Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi».
È proprio per la densità e i rimandi presenti in filigrana alla frase giovannea che abbiamo voluto collocarla tra i passi difficili dei Vangeli. Il messaggio è di per sé limpido ed è quello riassunto in un vocabolo teologico ignoto al Nuovo Testamento, “Incarnazione” (in greco sárkosis), usato per la prima volta da sant’Ireneo, padre della Chiesa e vescovo di Lione, nella sua opera Contro le eresie.

Il concetto è, però, ampiamente attestato negli scritti neotestamentari e ha il suo vessillo proprio in questo passo giovanneo. È suggestivo notare che un famoso scrittore agnostico come Jorge Luis Borges, nella sua raccolta poetica Elogio dell’ombra (1969), ha intitolato una poesia semplicemente così: Giovanni 1,14. In essa mette in bocca a Cristo stesso, in modo simbolico e ricco di immagini, proprio il mistero cristiano dell’Incarnazione: «Io che sono l’È, il Fu e il Sarà / accondiscendo al linguaggio / che è tempo successivo e simbolo...».
E concludeva con l’apice del divenire “carne”, ossia storia, tempo, limite, spazio, morte, cioè con la crocifissione: «Fui amato, compreso, esaltato e appeso a una croce».

Ebbene, nell’originale greco giovanneo si usa proprio il verbo del “divenire” (eghéneto) che è segno di mutevolezza e successione, di per sé incompatibile col Verbo che è eterno perché «presso Dio», anzi, che è Dio stesso (1,1), esistente già “in principio”, cioè prima di tutto l’essere.
Questo “divenire” è precisato con la parola “carne”, in greco sarx, che è in pratica equivalente a “uomo”. Si attua, così, non una semplice vicinanza o parvenza, ma una radicale immedesimazione di Dio nella nostra realtà fragile, caduca, mortale. Sarà questo lo “scandalo” del cristianesimo, rifiutato come follia dal mondo greco, ma anche ridimensionato e marginalizzato dalla stessa prima “eresia” cristiana, quella cosiddetta “gnostica”, incline a esaltare la trascendenza e la spiritualità del Verbo, negandone la “carnalità” umana.

La frase greca prosegue poi col verbo eskénosen che significa appunto “pose la sua tenda, si attendò”. Si ha qui un ammiccamento sia simbolico sia lessicale all’ebraico biblico. Nell’Antico Testamento, infatti, si parlava della “tenda dell’incontro” fra Dio e Israele, che era sia il santuario mobile del deserto sia il tempio fisso di Gerusalemme. Questo santuario era detto in ebraico mishkan, “casa, residenza, abitazione” divina sulla terra. Ebbene, la radice di questa parola è s-k-n che è la stessa del vocabolo greco sopra citato eskénosen (s-k-n).

C’è, però, una differenza radicale tra le due “tende-presenze”. In Cristo non si ha più un tempio di teli o di pietre, ma di “carne”. Il corpo di Cristo è il nuovo tempio, come dirà lo stesso Gesù non molte righe dopo nel quarto Vangelo (si legga il brano sulla purificazione del tempio dai mercanti in 2,13-22).
Ma forse si può pensare a un’ulteriore allusione da parte dell’evangelista sulla base della stessa radice s-k-n: gli Ebrei riconoscevano che nel tempio di Sion c’era la Shekinah, cioè la “Presenza” divina. Ecco ancora apparire s-k-n che appunto affiora – come si è detto – anche nell’eskénosen giovanneo








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