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Il Libro Consigliato


Un fantasma non ha carne...!


"Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate: un fantasma non ha carne e ossa." (Luca 24,39)


Che sia poco felice il termine “apparizioni”, usato per indicare gli incontri del Cristo risorto coi suoi discepoli, è dovuto alla comune accezione moderna che spesso lega questa parola alla magia o alla parapsicologia e non di rado a emozioni personali indefinibili e discutibili. In realtà, il linguaggio neotestamentario ricorre al semplice verbo “vedere”: Gesù “fu visto” dopo la sua morte in tre incontri con singole persone e in cinque con la comunità dei discepoli.

Uno di questi ultimi incontri, ambientato a Gerusalemme, è descritto da Luca (24,36-42) subito dopo il celebre racconto di Emmaus. La scena impressiona per la sua “carnalità”: essa contrasta con l’improvvisa epifania di Cristo («stette in mezzo a loro») – che lo fa scambiare per un fantasma agli occhi dei discepoli – e con l’idea di un corpo “trasfigurato” che noi colleghiamo al concetto di risurrezione.

Luca va giù pesante non solo riferendo l’invito a toccare carne e ossa del Risorto, un po’ come accadrà all’apostolo Tommaso nel racconto di Giovanni (20,27), ma evocando anche una sorprendente proposta dello stesso Gesù a cui dà seguito in modo deciso: «Avete qui qualcosa da mangiare? Gli offrirono una porzione di pesce arrostito. Egli lo prese e lo mangiò davanti a loro». La spiegazione di questo dato un po’ imbarazzante è da cercare nel particolare stato del Risorto. Egli è nella gloria della divinità e, quindi, è oltre la fragilità carnale e la mortalità.

È per questo che può apparire all’improvviso, persino «a porte chiuse», come accade nel caso citato di Tommaso (Giovanni 20,26). È ancora per questo che può essere scambiato quasi per un fantasma o persino – come accadrà a Maria di Magdala – confuso con un’altra persona, il custode dell’area cemeteriale (Giovanni 20,15). Questo avviene perché è necessario un ulteriore canale di conoscenza rispetto a quello razionale, una “visione” differente rispetto a quella oculare fisica: è il percorso di conoscenza della fede che permette di intuire il volto di Cristo risorto. Questo, però, non significa che egli sia diverso dal Gesù storico. Ecco, allora, la sottolineatura sulla corporeità.

Ora, è noto che per il semita il corpo non è solo un agglomerato biologico e fisiologico; è soprattutto il segno della personalità, della presenza, dell’individualità. Il Risorto è, dunque, la stessa persona, e l’esperienza pasquale non è una mera sensazione soggettiva, ma essa è indotta da una realtà oggettiva, esterna, trascendente ma reale. Talmente reale ed efficace da mutare radicalmente la vita di quegli uomini esitanti, timorosi e dubbiosi e persino l’esistenza di un avversario deciso come Paolo di Tarso.

Questa marcata sottolineatura della corporeità del Risorto è tipica sia di Luca sia di Giovanni che devono confrontarsi con lo scetticismo del mondo greco riguardo alla risurrezione, mondo a cui appartenevano i destinatari dei loro Vangeli. Emblematica sarà l’esperienza dell’apostolo Paolo nel suo intervento all’Areopago di Atene, ove egli si scontrerà con una forte reazione negativa all’annunzio della risurrezione di Cristo (Atti 17,30-33).







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