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Piccolo di statura


"Zaccheo cercava di vedere Gesù, ma non riusciva a causa della folla, perchè era piccolo di statura." (Luca 19,3)

La vicenda vissuta da Zaccheo, in ebraico Zakkai , cioè “puro, innocente” – un nome un po’ paradossale per un personaggio molto discusso come poteva essere un capoesattore (architelónes ) per conto dello Stato straniero romano e dei suoi prìncipi ebrei satelliti – è narrata solo dall’evangelista Luca che la ambienta nella città di Gerico, l’antichissimo e prospero centro situato in un’oasi della valle del Giordano. Noi vogliamo evocare questo episodio per due ragioni. La prima è nella citazione che abbiamo proposto e si tratta solo di una curiosità. Zaccheo sale su un albero di sicomoro, una pianta tipica del clima subtropicale, perché – essendo basso di statura – non riusciva a vedere Gesù che attraversava la città circondato dalla folla. La curiosità è nell’ipotesi fantasiosa (e improbabile nel testo) che quella “piccolezza” fosse propria della statura di Gesù. Questa interpretazione stravagante riflette il desiderio frustrato di sapere qualcosa di più, attraverso i Vangeli, sulla figura concreta di Cristo. Nei primi secoli si è cercato di colmare il silenzio evangelico ricorrendo ad applicazioni libere di immagini bibliche messianiche.

Così, si è creato un Gesù dal viso sgraziato per adattargli quel passo del quarto canto del Servo sofferente del Signore che suona così: «Non ha apparenza né bellezza per attrarre il nostro sguardo, non splendore per poterne godere» (Isaia 53,2). E Origene, nel III secolo, aveva concluso, sulla scia anche della nostra citazione lucana: «Gesù era piccolo, sgraziato, simile a un uomo da nulla». All’antipodo si colloca, a partire dal IV secolo, su influsso anche degli ideali classici greco-romani, il profilo di un Cristo avvenente, incarnazione di un altro passo messianico anticotestamentario, il carme nuziale regale del Salmo 45: «Tu sei il più bello tra i figli dell’uomo».

Il poeta Eugenio Montale ha, invece, riletto la scena un po’ umoristica di questo alto funzionario, ma basso di statura, che si inerpica su un albero, come un emblema amaro della personale incredulità del poeta: «Si tratta di arrampicarsi sul sicomoro / per vedere il Signore / se mai passi. / Ahimè, io non sono un rampicante, / ed anche stando in punta di piedi, / io non l’ho visto». Ben diverso, invece, è stato l’esito di quell’ascesa per Zaccheo. Gesù lo vede e si fa invitare a casa di questo personaggio piuttosto chiacchierato, nonostante le critiche dei benpensanti.

E qui introduciamo la nostra seconda nota che riguarda il segno di conversione di quel “capoesattore”: «Io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto» (19,8). La legge ebraica imponeva questa sanzione solo per il furto di un montone ( Esodo 21,37); negli altri casi si esigeva solo la restituzione per intero della cosa rubata «aggiungendovi un quinto» ( Levitico 5,16; Numeri 5,6-7). La legge romana richiedeva il rimborso al quadruplo soltanto per i furta manifesta , cioè per la flagranza di reato. Zaccheo, invece, testimonia con questa sua scelta così radicale la trasformazione totale e piena che si è in lui compiuta.




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