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Raká e Môré
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"Chi dice
al fratello: Raká! dovrà
essere sottoposto al Sinedrio. Chi gli
dice : Môré! sarà
destinato al fuoco della Geenna".
(Matteo 5,22)
Ecco davanti a noi una frase molto forte,
incastonata in quel testo fondamentale
della predicazione di Gesù che è il
Discorso della Montagna.
Questultimo, in verità, è una
raccolta di diversi interventi che Cristo
pronunziò in ambiti e tempi differenti e
che levangelista ha collocato sul
fondale di un monte evocatore
del Sinai, così da creare un parallelo
positivo tra Mosè e Cristo stesso, il
Mosissimus Moses, come lo definiva Lutero,
cioè la guida suprema, il Mosè
allennesima potenza. Gesù, infatti,
non era «venuto ad abolire la Legge o i
Profeti ma a portarli a pienezza» nel
loro messaggio (Matteo 5,17).
Due sono le questioni che stanno davanti
al lettore. Innanzitutto puntiamo su
quelle parole che abbiamo
intenzionalmente lasciato nel tenore
originale dei Vangeli. La prima è la
trascrizione greca della parola aramaica
raqa che denota lo stupido, una
persona senza cervello,
dalla testa vuota, con un
aspetto di aggressività offensiva pari
al nostro cretino o
imbecille. Il secondo è,
invece, un vocabolo greco e indica
linsensato, lo stolto
attivo, in ultima analisi il
pazzo. Tuttavia, nel parallelo
ebraico sotteso si aveva una connotazione
ben più grave: con quel termine si
bollava lempietà religiosa,
lapostasia idolatrica ed è per
questo che alcune versioni traducono con
rinnegato.
Siamo, quindi, di fronte ad attacchi
verbali feroci che sbocciano dal terreno
dellodio e del disprezzo. Ma
proprio qui scatta la seconda questione a
cui sopra si accennava. Per un tale atto
è adeguata una condanna così grave e
fin assoluta, ossia la denuncia al
supremo tribunale giudaico del Sinedrio
di Gerusalemme? O, peggio, la consegna al
«fuoco della Geenna», nota immagine
biblica per designare il giudizio
infernale, nella totale rimozione dalla
comunione con Dio? La risposta è in
tutta latmosfera e nello stesso
filo rosso che regge il Discorso della
Montagna.
Gesù ricorre spesso al paradosso e alla
radicalità perché la sua non è la
proposta di una pura e semplice regola
morale fatta di tanti precetti e articoli
di diversa gravità, un po come
accadeva nel giudaismo che aveva elencato
613 comandamenti ricavandoli dalla Torah,
cioè dalla Legge biblica presente nei
primi cinque libri della Sacra Scrittura.
Cristo, invece, vuole spingere il suo
discepolo a unattitudine totale e
assoluta di fedeltà che nasce dal cuore
e dallamore e non da una sequenza
di atti religiosi che, una volta compiuti,
chiudono il capitolo dellimpegno di
fede. È un po ciò che accade, per
esempio, allamore materno o paterno
che non si riduce solo ad alcune ore o
atti del giorno, ma abbraccia la
totalità del tempo e dellesistenza.
In questa luce il cristiano deve
dedicarsi a combattere ogni offesa e
colpa nei confronti del prossimo,
puntando alla perfezione; non deve
evitare soltanto i peccati gravi come
lomicidio o la violenza fisica. È
un po quello che emerge se si
leggono le sei antitesi che
sono intessute nel Discorso della
Montagna (Matteo 5,20-48) e che iniziano
proprio con quella che noi abbiamo citato.
Essa suona appunto così: «Avete inteso
che fu detto agli antichi: Non ucciderai!;
chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto
al giudizio. Ma io vi dico: chiunque si
adira con il proprio fratello dovrà
essere sottoposto al giudizio
» e
qui segue il nostro versetto (5,21-22).
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