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L’amico più giovane di Giobbe


«Elihu aveva aspettato, mentre essi parlavano con Giobbe, perché erano più vecchi di lui in età... Poi prese a dire: Giovane sono di anni e voi siete più canuti, per questo ho esitato, per rispetto, a manifestarvi il mio sapere. Pensavo: Parlerà l’età e gli anni numerosi insegneranno la sapienza. Ma è lo spirito che è nell’uomo, è il soffio dell’Onnipotente che lo fa intelligente. Essere anziani non significa essere sapienti, essere vecchi non significa saper giudicare». Questo giovane intellettuale è stato finora seduto in platea ad assistere al dibattito tra Giobbe e i suoi tre amici teologi: Elifaz, Bildad e Zofar.

Ora sale sulla ribalta e decide di reagire alle loro argomentazioni con tre ampi interventi, di cui abbiamo sopra citato l’avvio (32,4-9). Questo personaggio appartiene alla galleria di giovani che popolano la Bibbia e le sue parole si possono leggere nei capitoli 32-37 del celebre libro che vede come protagonista non un ebreo, ma una sorta di sceicco orientale sfortunato, «un uomo abitante della terra di Uz» (1,1), forse a sud della Giudea, appunto Giobbe.

Noi abbiamo liberamente adottato uno schema teatrale per rappresentare l’ingresso di Elihu in scena. In realtà, i suoi discorsi sono un’inserzione posteriore nel libro. Essi interrompono il dialogo che ormai si sta spostando in alto: infatti Giobbe, dopo essersi confrontato con gli amici, sta ingaggiando un duello direttamente con Dio, aperto dal suo ampio intervento dei capitoli 29-31 ove, tra l’altro, vengono evocati altri giovani. Sono i figli e i sudditi di Giobbe che in passato si accostavano con rispetto a lui.

Egli confessava: «Potessi tornare com’ero ai mesi di un tempo... quando l’Onnipotente stava ancora con me e i miei giovani mi circondavano... Vedendomi i giovani si ritiravano e i vecchi si alzavano in piedi... Ora, invece, si burlano di me i più giovani di me in età, i cui padri non avrei degnato di mettere tra i cani del mio gregge» (29,1.5.8; 30,1). Ora è questo giovane teologo, Elihu, a impancarsi a maestro, «sorvolando con impressionante freddezza giudiziaria sulla reale angoscia e disperazione di Giobbe», come osservava un importante esegeta tedesco, Claus Westermann.

La sua tesi cerca di aggiungere un’ulteriore spiegazione, apparentemente positiva, del mistero del dolore rispetto a quella avanzata dagli altri amici secondo i quali Giobbe soffre perché ha peccato e, quindi, Dio non fa che confermare la giustizia della retribuzione: al delitto deve corrispondere un castigo. Asserto rigettato da Giobbe, che non sente di aver compiuto un peccato talmente grave da meritare una così degradante punizione. Elihu, invece, dichiara che il dolore è un atto di educazione (in ebraico musar, quella che i greci chiamavano paideia) che Dio applica per rendere più genuina la fede dell’uomo, più ricca la sua anima, più limpida la sua coscienza. Insomma una pedagogia paterna positiva divina per rendere perfetta la persona.

Anche di questa spiegazione razionale della sofferenza scandalosa Giobbe non può accontentarsi, ed è così che egli decide di appellarsi direttamente a Dio. Aveva infatti gridato, prima che Elihu intervenisse, quasi portando un esposto in tribunale: «Ecco qui la mia firma! L’Onnipotente mi risponda! Il mio Avversario scriva il suo atto d’accusa! Io me lo caricherei sulle spalle e me lo cingerei come un diadema. Gli renderei conto di tutti i miei passi e, come un principe, mi presenterei a lui» (31,35-37).








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Icone Greche Originali Serigrafia su Foglia Oro Icone Greche Originali Serigrafia su Foglia Oro Icone Greche Originali Serigrafia su Foglia Oro Icone Originali Greche
Copie fedeli e austeri stile bizantino (Scuola Cretese – Teofanis) realizzate da padre Pefkis, agiografo diplomato dell’Accademia Ecclesiastica del Monte Santo (località Athos) con colori autentici e tradizionali con foglio dorato, su tela e legno invecchiato


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