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Un giovane principe ribelle



Questa volta narriamo la storia drammatica di un giovane principe, una vicenda che segnò duramente la vita del re Davide. Sì, perché il protagonista è un suo figlio, Assalonne, un nome paradossale rispetto alle sue scelte, perché significa “il padre è pace”, mentre questo giovane divenne alla fine un aspirante parricida.

Tutto è narrato nelle pagine straordinariamente vive ed emozionanti dei capitoli 13-19 del Secondo Libro di Samuele, e la radice è nello stupro subìto dalla giovane sorella di Assalonne, Tamar. È da quella vergogna, da lui vendicata nel sangue, che si sviluppa in questo giovane bellissimo e impulsivo il progetto di un colpo di Stato, facendo leva su un certo malcontento popolare legato alle antiche divisioni tribali e basandosi anche sul sostegno di alcuni ministri e generali di Davide.

«La congiura divenne potente» – si legge nella Bibbia – «e il popolo andava crescendo di numero attorno ad Assalonne». Egli decise, allora, di marciare su Gerusalemme, mettendo in fuga il padre, costretto a riparare in Transgiordania. Assalonne poteva, così, fare il suo ingresso trionfale nella capitale e prendere possesso dell’harem paterno, un gesto che in Oriente indicava la presa di potere e la successione. Una serie di colpi di scena, legati anche a una trama di manovre di palazzo e di spionaggi, portò a uno scontro aperto tra i due eserciti, quello dei ribelli e l’armata lealista davidica.

La battaglia si scatenò nella foresta di Efraim e segnò una clamorosa sconfitta dei rivoluzionari. Davide aveva dato ordine al suo comandante in capo dell’esercito, il nipote Ioab, di risparmiare quel figlio che pure aspirava a vederlo morto. Ma il generale – che ben sapeva i rischi legati alla sopravvivenza di una figura così rappresentativa – non ebbe esitazione: quando localizzò Assalonne con i suoi lunghissimi e folti capelli impigliati nei rami di una quercia di quella foresta (la cavalcatura era passata oltre, lasciandolo sospeso in aria), Ioab gli piantò ben tre frecce all’altezza del cuore.

Alla notizia di quella fine, Davide, che era ancora esule oltre il Giordano, dimentico dell’odio che quel figlio gli aveva riservato, si mise a piangere e a urlare: «Figlio mio, Assalonne, figlio mio, figlio mio Assalonne! Fossi morto io invece di te, Assalonne, figlio mio, figlio mio!». Un grido reiterato che risuonava nelle sale del palazzo ove risiedeva e che smorzava sul nascere il desiderio di festa dei suoi sudditi fedeli, tornati vincitori da quello scontro con i ribelli. Ma il generale Ioab non poteva permettere che chi aveva rischiato la vita per il re fosse umiliato da quel lutto. E, così, facendo prevalere la ragion di Stato sui sentimenti, costrinse Davide ad assistere alla parata militare per festeggiare la vittoria.

Una storia amara che ancora una volta attesta l’“incarnazione” della parola di Dio nella concretezza delle vicende umane, ove si rivelano i drammi familiari, ove gli scontri generazionali danno origine a incomprensioni e a tensioni e le ribellioni creano solchi non di rado striati dal sangue. È stato detto che i vecchi si ripetono e i giovani non hanno niente da dire e la noia è reciproca. In realtà talora i rapporti si accendono e il giovane diventa ribelle, mentre i genitori si ostinano, per cui – come scriveva un poeta inglese del Seicento, Matthew Arnold – «una sola cosa è in comune tra giovani e anziani, l’essere scontenti», e questa insoddisfazione diventa nausea reciproca, pronta a sfociare nel rigetto. Tessere la rete paziente del dialogo, del confronto e anche del perdono è il costante, duro impegno di figli e genitori.






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Copie fedeli e austeri stile bizantino (Scuola Cretese – Teofanis) realizzate da padre Pefkis, agiografo diplomato dell’Accademia Ecclesiastica del Monte Santo (località Athos) con colori autentici e tradizionali con foglio dorato, su tela e legno invecchiato


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