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Il Battista, l’amico dello sposo


- "Lo sposo è colui a cui appartiene la sposa; ma l'amico dello sposo...esulta di gioia alla voce dello sposo" (Giovanni 3,29)



È l’ultima testimonianza pubblica di Giovanni Battista nei confronti di Gesù. Nasce da una critica che i discepoli del Precursore avanzano per il fatto che «colui che era con te [il Battista] dall’altra parte del Giordano e al quale hai dato testimonianza, ecco, sta battezzando e tutti accorrono a lui» (Giovanni 5,26).

Affiora, così, una certa gelosia riguardo al successo di Gesù e l’evangelista Giovanni registra questa tensione, che continuerà fino al IV/V secolo, perché alcuni seguaci del Battista trasferiranno su di lui la qualità di Messia e costituiranno una sorta di comunità “battista” giudaica. Non per nulla nel prologo del quarto Vangelo, il ritratto del Precursore è così delineato: «Venne un uomo mandato da Dio, il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce perché tutti credessero per mezzo di lui. Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce. Veniva nel mondo la luce vera...» (Giovanni 1,6-9).

Di fronte all’obiezione dei suoi discepoli il Battista dichiara: «Voi stessi mi siete testimoni che io ho detto: Non sono io il Cristo», cioè il Messia, «ma sono stato mandato avanti a lui» (Giovanni 3,28). A questo punto, Giovanni ricorre a un simbolo desunto dalla società ebraica antica. Nella prassi matrimoniale c’era una figura giuridica, detta shoshben: era un amico di fiducia dello sposo che conduceva le trattative fra i due clan familiari coinvolti nelle future nozze, definendone la celebrazione e la dote (il mohar) che la sposa doveva portare, così da condurre in porto e rendere valido l’atto finale. Era una funzione delicata che esigeva fiducia assoluta e amicizia intima.

Anche san Paolo si definisce così quando ai Corinzi dichiara: «Io vi ho promessi a un unico sposo, per presentarvi a Cristo come vergine casta» (2Corinzi 11,2). È noto, infatti, che il simbolismo nuziale fu applicato dai profeti all’alleanza tra il Signore e Israele (un esempio per tutti è da cercare nei primi tre capitoli di Osea). Gesù stesso l’aveva assunto per definire la sua figura (si leggano, ad esempio, le parabole nuziali di Matteo 22,1-14 e 25,1-13). In questa immagine che vede Cristo come sposo della Chiesa si inserisce la missione del Precursore: egli fu il tramite perché la comunità dei cristiani incontrasse e si unisse spiritualmente al suo Signore.

Egli è stato appunto “l’amico dello sposo” ed è, perciò, felice per questo abbraccio che ora si compie, non conosce l’invidia per questo esito, come invece rivelano di provare i suoi discepoli, e la sua frase finale è lapidaria e luminosa: «Lui [Cristo] deve crescere, io invece diminuire» (Giovanni 3,30).









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