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«Oggi sarai con me in Paradiso»


- "«Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo Regno!». «In verità ti dico: Oggi sarai con me in Paradiso»" (Luca 23, 42-43)



Chi non conosce questo estremo dialogo tra Gesù in croce e uno dei due “malfattori” (e non “ladroni”, come di solito si dice)? È solo l’evangelista Luca a narrarlo, ed è probabile che di scena siano due “rivoluzionari” contro il potere romano.

Erano forse due “zeloti”,così denominati per il loro zelo in difesa della libertà ebraica, mentre i romani li bollavano come sicari, a causa del corto pugnale, in latino sica, con il quale perpetravano i loro attentati contro le truppe imperiali. Perché abbiamo posto tra i passi difficili dei Vangeli queste parole così limpide e dolci, testimonianza di un ultimo atto d’amore di Cristo? Per parlare di una realtà a cui il credente aspira come meta ultima, il paradiso, ma che, a sorpresa, è pochissimo evocata nella Bibbia.

Partiamo dal vocabolo: è la resa greca (parádeisos) e poi italiana (“paradiso”) di un arcaico termine iranico che designava un giardino recintato (pairideza). Questo vocabolo, divenuto in ebraico pardes, indicava un parco o un giardino ricco di vegetazione: è ciò che si ha nei soli tre passi anticotestamentari ove compare (Cantico 4,3; Qohelet 2,5; Neemia 2,8).

Il termine non è presente nei capitoli 2 e 3 della Genesi ove si descrive l’Eden (2,8), che noi siamo soliti chiamare “paradiso terrestre” e che invece nel testo biblico è denominato come “giardino”. E nel Nuovo Testamento? Anche qui si ha una sorpresa: il parádeisos/paradiso è presente solo tre volte,ma ha perso il suo valore vegetale di base e si è trasformato in un simbolo dell’aldilà, dell’oltrevita, del “Regno di Dio”, come appare nel primo passo ove è introdotto, quello di Luca sopra citato.

Il malfattore implora di essere ricordato nel “Regno” in cui Gesù sta per entrare e Cristo gli risponde parlando del “paradiso” ove lo accoglierà. Il secondo testo è nell’epistolario paolino quando l’apostolo descrive una sua esperienza mistica:«So che un uomo, in Cristo, quattordici anni fa... fu rapito in paradiso e udì parole indicibili che non è lecito ad alcuno pronunciare» (2Corinzi 12,2-4).

Infine, nell’Apocalisse a chi è fedele nella prova della persecuzione Cristo promette che gli «darà da mangiare dell’albero della vita, che sta nel paradiso di Dio» (Apocalisse 2,7). Quindi, nonostante la popolarità e la ricchezza dei colori e delle immagini usate dalla tradizione, il paradiso vale più per il suo contenuto che per le sue rappresentazioni. La meta finale del giustoè, infatti, la comunione con Dio, l’«essere sempre col Signore», come dice san Paolo (1Tessalonicesi 4,17), in un’intimità di vitacon lui, mentre l’inferno è una lontananza, un’assenza, un distacco da questo abbraccio vitale.








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