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Dio paragonato a un giudice disonesto?


- "Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto.E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui?" (Luca 18, 6-7)



Di primo acchito risulta piuttosto forte questo accostamento tra un giudice disonesto e Dio. La comparazione giunge al termine di una parabola esclusiva di Luca e che ha per protagonista un magistrato inefficiente e corrotto. Sul suo tavolo si accumulano le pratiche riguardanti i casi della povera gente, mentre egli sbriga solo quelli che gli assicurano successo e vantaggi. Come può, allora, interessargli la vicenda di una vedova povera che si ostina a sporgere denuncia per un torto subito? Essa, però, non demordeva e lo assediava senza tregua.

Per liberarsi da questa seccatura, alla fine aveva deciso: «Anche se non temo Dio e non ho riguardo per nessuno, dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché alla fine non venga a spaccarmi la faccia» (18,5). Abbiamo conservato in finale la brutale espressione greca, di solito edulcorata in «perché non venga continuamente a importunarmi»: nell’originale, infatti, si ha il verbo del “colpire sotto l’occhio”, una mossa proibita nel pugilato. Scatta qui l’applicazione sconcertante a cui facevamo cenno. Gesù sta parlando della «necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai» (18,1), cioè della fedeltà costante nell’orazione.

Attraverso la parabola egli introduce una comparazione a fortiori: se un giudice iniquo cede di fronte alle insistenze e concede un verdetto onesto, a maggior ragione Dio, che è invece un giudice solerte e giusto, non lascerà senza risposta i suoi fedeli che lo invocano incessantemente. C’è, però, un’aggiunta significativa: «Li farà forse aspettare a lungo?» (18,7). C’è in questa sorta di obiezione un tema sotteso che travagliava la comunità cristiana delle origini.

Essa s’interrogava su una questione che sentiamo ripetere spesso: quando Dio interverrà finalmente a giudicare il male e l’ingiustizia e a salvare i giusti umiliati? Allora si impostava questa domanda in relazione alla parousía, cioè alla venuta definitiva di Cristo a suggellare la storia umana con il suo giudizio. Quell’“aspettare a lungo” rifletteva il sospetto che l’attesa si dovesse protrarre indefinitamente.

Già san Pietro nella sua Seconda Lettera aveva presente il dubbio di molti cristiani al riguardo e così replicava: «Il Signore non ritarda nel compiere la sua promessa, anche se alcuni parlano di lentezza» (3,9). Anche Luca cerca di placare questa tensione. Suggerisce, infatti, accanto alla fiducia nell’intervento finale del Signore, la necessità della pazienza e della costanza nel lungo periodo dell’attesa, cioè nell’arco della storia.







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