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Che cos’è «l’abominio della devastazione»?


"Quando vedrete l'abominio della devastazione presente là dove non è lecito - chi legge, comprenda..." (Marco 13,14)


Invitiamo il nostro lettore a sfogliare il Vangelo di Marco e a leggere i versetti 14-37 del cap. 13. Il brano è incandescente, colmo di immagini fin stravaganti. Fuga sui monti, abbandoni di case e di cose per riparare nel deserto, donne incinte o allattanti atterrite, falsi allarmi, figuri strani, predicatori e maghi ingannatori, cataclismi cosmici con sole e luna oscurati e costellazioni stravolte: non è difficile classificare questa sequenza tragica sotto l’aggettivo “apocalittica”.

Era un genere letterario allora popolare, originato da alcune pagine del profeta Ezechiele e soprattutto di Daniele. Questo arsenale simbolico rifletteva una concezione negativa della storia umana, destinata a essere disintegrata da Dio in una sorta di de-creazione, perché si era rivelata dominata dal Maligno. Questi segni drammatici non sono da prendere alla lettera: vogliono solo dipingere in modo eccitato e incisivo il giudizio divino in un mondo corrotto e perverso. Gesù assume questa simbologia, ma la usa non per descrivere la fine della storia bensì per smuovere un popolo freddo e indifferente e spingerlo ad accogliere la sua presenza, il suo messaggio e il Regno di Dio che sta per inaugurare.

Egli poi dichiara che tutti «vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria» (Marco 13,26-27). Si intrecciano, così, le due venute di Cristo, nel tempo presente e alla fine dei tempi, rivelando la continuità della storia della salvezza e non la sua cesura, come insegnava l’apocalittica tradizionale incline a proporre una conflagrazione per il mondo presente sostituito con una nuova creazione alternativa. Tra i segni simbolici evocati da Gesù c’è «l’abominio della devastazione (o desolazione)» collocato «là dove non è lecito», cioè nello spazio sacro del tempio. È una citazione desunta dal libro di Daniele (11,31 e 12,11).

In quel testo con una simile terminologia di deprecazione anti-idolatrica si faceva riferimento a un atto storico, la profanazione del tempio di Sion da parte del re siro Antioco IV Epifane, il quale nel 167 a.C. aveva fatto insediare sull’altare degli olocausti la statua di Zeus Olimpio, dissacrando così l’area santa. Gesù assume quel simbolo per descrivere sia la reazione furibonda del male all’ingresso di Cristo nella storia sia l’ultimo atto di ribellione satanica alla fine dei tempi.

Marco forse vede nella citazione danielica anche un’anticipazione della profanazione del tempio di Gerusalemme a opera dei Romani nel 70 d.C. Tuttavia questa tesi contrasterebbe con la convinzione di molti esegeti secondo cui lo scritto marciano sarebbe stato composto prima di quell’evento.







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