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Le invettive di Gesù:



«serpenti, razza di vipere!» Guai a voi, scribi e farisei ipocriti...! Serpenti, razza di vipere, come potrete sfuggire alla condanna della Geenna?" (Matteo 23, 13.33)





Ouai in greco, hoi in ebraico, vae in latino, woe in inglese, wehe/weh in tedesco, guai in italiano: è analogo in molte lingue – anche differenti nella loro genesi – il monito minaccioso caratterizzato da una sonorità quasi onomatopeica. Impressiona veder affiorare sulle labbra di Gesù una sequenza di tali maledizioni con invettive fin pittoresche, simili a quelle scagliate dai profeti contro la corruzione e le ingiustizie del loro tempo (si legga, per esempio, Isaia 5,8-24).

Nel cap. 23 di Matteo questi “guai!” si compongono in un settenario che colpisce «scribi e farisei ipocriti».

Il filo conduttore di queste imprecazioni è appunto l’ipocrisia, il bersaglio frequente degli strali di Gesù. Egli è generoso, misericordioso, paziente con ogni genere di peccatori. Ciò che non tollera è l’uso della religione a proprio vantaggio, è l’ammantarsi con pratiche esteriori per nascondere vizi privati, è l’ostentazione rituale che cela un inganno nei confronti del prossimo, è la falsa giustizia che è legalismo oppressivo. L’immagine più folgorante è il sepolcro ornato e dipinto che custodisce nel suo intimo «ossa di morti e marciume» (Matteo 23,27-28).

L’“inciampo” che queste parole di Cristo possono creare è nella loro veemenza che ricalca la voce del Battista: «Serpenti, razza di vipere» (si veda Matteo 3,7). Ma Gesù non aveva invitato ad amare il proprio nemico? Non si era definito «mite e umile di cuore»? Non aveva esortato a porgere l’altra guancia? Certo, qui siamo di fronte a un peccatore che nega di essere tale, anzi, è pronto a giustificarsi fino a ergersi a modello di virtù, senza lasciarsi scalfire dall’autocritica e tantomeno dal desiderio di conversione.

Rimane, però, lo “scandalo” del tono violento, pur riconoscendo l’enfasi tipica dello stile semitico, così come impressiona la reazione di “insopportabilità” quasi intollerante per un tale peccato da parte di Gesù: «Voi colmate la misura dei vostri padri!», esclama dopo aver accusato gli scribi e i farisei di essere complici dell’assassinio dei profeti (23,29-32).

Ebbene, la dimensione etica di questo atteggiamento di Cristo è da individuare nella distinzione tra ira e sdegno. L’ira, la collera, la rabbia furiosa costituiscono uno dei sette vizi capitali, denominato appunto “ira”, vizio pericoloso e deleterio che sconfina nell’aggressione dell’altro e nell’odio. Lo sdegno è, invece, lo schierarsi appassionato contro l’ingiustizia, il male, l’ipocrisia, ed è una virtù. La meta che Gesù vuole raggiungere è indurre alla nausea e al rigetto nei confronti della degenerazione della religione e l’esaltazione di una fede autentica, libera, operosa.







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