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Guardando, non vedono



Guardando, non vedono; udendo, non ascoltano e non comprendono" (Matteo 13,13)





Questa frase apparentemente enigmatica è preceduta da una curiosa premessa: «Per questo a loro parlo in parabole». È, dunque, la spiegazione che Gesù offre al quesito dei discepoli riguardante l’uso delle parabole nella sua predicazione alle folle. Cristo giustifica il ricorso al linguaggio simbolico a causa dell’ottusità spirituale del suo uditorio, incapace di comprendere in pienezza la verità profonda del suo messaggio.

Il metodo parabolico di Cristo è poi avallato attraverso una citazione del profeta Isaia: «Udrete, sì, ma non comprenderete, guarderete, sì, ma non vedrete. Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile, sono diventati duri di orecchi e hanno chiuso gli occhi, perché non vedano con gli occhi, non ascoltino con gli orecchi e non comprendano con il cuore e non si convertano e io li guarisca! » (Matteo 13,14-15; Isaia 6,9-10).

L’indurimento del cuore, la miopia dello spirito, la sordità della mente del popolo spingono dunque Gesù a usare un annuncio della sua verità attraverso il velo dei simboli. La causa di questo modello di predicazione è, dunque, la povertà spirituale degli ascoltatori e la loro superficialità. Ai discepoli, invece, «è dato conoscere i misteri del Regno dei cieli» (13,16). Siamo in presenza di una forma di giustificazione della successiva catechesi della prima comunità cristiana che usava un linguaggio meno narrativo e più direttamente teologico.

Si considerava, dunque, la parabola come uno strumento comunicativo destinato ai lontani, mentre all’interno della Chiesa si optava per il discorso tematico. Non per nulla Giovanni nell’ultima cena mette in bocca al gruppo ristretto dei discepoli questa frase: «Ecco, ora parli chiaramente e non fai più uso di similitudini » (16,29). Quando abbiamo spiegato i passi più ardui del Vangelo di Marco, abbiamo notato che il testo isaiano appena esaminato è stato reso ancora più aspro per mostrare come l’uso delle parabole fosse legato alla durezza volontaria e colpevole del cuore della folla.

Una nota a margine. Nel finale del Discorso in parabole, raccolto nel cap. 13, Matteo delinea forse un suo autoritratto, un po’ come accade in certi dipinti ove il pittore si raffigura in secondo piano. Abbiamo già illustrato il profilo di “scriba” oltre che di “pubblicano” dell’evangelista. Ecco, allora, questa sorta di fisionomia personale nella conclusione del Discorso di Gesù: «Ogni scriba, divenuto discepolo del Regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» (13,52), ossia il messaggio nuovo di Cristo connesso all’Antico Testamento.







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