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5° Comandamento: «Non uccidere»

di Padre Francesco Pio M. Pompa, FI da Il Settimanale di Padre Pio 31.08.2008




Giovanni Paolo II, nell’Enciclica Evangelium Vitæ, n. 57, ha ribadito che «l’uccisione diretta e volontaria di un essere umano innocente è sempre gravemente immorale». Non si può dunque uccidere, coscientemente e liberamente, l’essere umano innocente.
La Bibbia legittima tale interpretazione; precisa il contenuto del quinto Comandamento: «Non far morire l’innocente e il giusto» (Es 23,7).
Vi sono dunque dei casi in cui è lecito uccidere non in contrasto con la proibizione contenuta nel Precetto divino Non uccidere. Non si tratta di eccezioni al principio dell’inviolabilità della vita umana, ma piuttosto degli atti a cui il quinto Comandamento non si riferisce. Occorre tener presente che non è sacra solo la vita del prossimo, ma anche la propria, quella della nazione e quella della società.

Primo caso: Legittima difesa. È lecito difendere la propria vita, ingiustamente aggredita (una persona aggredita per strada da un malvivente, ad esempio), fino al compimento di atti che comportano la morte dell’aggressore, in assenza di ogni altra possibilità di salvarla (cf CCC, n. 2263).
Due precisazioni al riguardo: 1° deve trattarsi di aggressione ingiustificata che non vuol dire necessariamente colpevole. Tale è anche se compiuta, per esempio, da un folle. Non si tratta di punire la colpevolezza dell’aggressore, ma di difendere il proprio diritto alla difesa e conservazione della vita; 2° l’assenza di ogni altra via di scampo (gridare, fuggire, disarmare l’aggressore, ferendolo non mortalmente, ecc.).

Tutto quello che l’aggredito compie è mosso da un’unica intenzione: salvare la propria vita. Se si verifica l’inevitabilità di colpire a morte l’aggressore per raggiungere questo scopo, ciò avviene non per sua libera scelta, ma totalmente e solo in conseguenza del comportamento dell’aggressore, che costringe l’altro a gesti che avranno sì l’effetto di salvare la sua vita, ma a prezzo della vita dell’aggressore stesso. Questo prezzo non viene scelto liberamente dall’aggredito, ma sopravviene come conseguenza della tragica costrizione a lui imposta dall’aggressore. Può essere addirittura dolorosamente sofferta, e quindi sinceramente rifiutata nel proprio cuore; si pensi, ad esempio, ad un genitore aggredito da un figlio a lui carissimo, ma drogato.

«La legittima difesa, oltre che un diritto (a cui si può anche rinunciare), può essere anche un grave dovere (irrinunciabile), per chi è responsabile della vita di altri» (CCC, n. 2265). Questo vale per tutti i membri delle forze dell’ordine, sia quelle statali, sia quelle private legalmente riconosciute, i genitori nei confronti dei figli non ancora adulti, tutti quelli cui sono affidati minorenni, minorati, o comunque non in grado di provvedere autonomamente alla propria difesa.
Si può formulare un criterio generale: la doverosità s’impone ogni volta che la propria morte recherebbe gravi danni ad altre persone di cui si è responsabili, specialmente alla famiglia e alla società.

Secondo caso: Guerra giusta. Come un individuo può legittimamente difendersi da un ingiusto aggressore, così anche una nazione ha il diritto di difendere la propria esistenza, libertà ed indipendenza, qualora sia aggredita da un’altra nazione.

«Occorre contemporaneamente:

- Che il danno causato dall’aggressore alla nazione o alla comunità delle nazioni sia durevole, grave e certo.
- Che tutti gli altri mezzi per porvi fine si siano rivelati impraticabili o inefficaci.
- Che vi siano fondate condizioni di successo.
- Che il ricorso alle armi non provochi mali e disordini più gravi da eliminare. Nella valutazione di questa condizione ha un grandissimo peso la potenza dei moderni mezzi di distruzione. La valutazione di tali condizioni di legittimità morale spetta al prudente giudizio di coloro che hanno la responsabilità del bene comune» (CCC, n. 2309).
Chi viene mobilitato per la guerra non è tenuto a fare ricerche per sapere se la guerra è giusta o ingiusta, perché non potrebbe farlo con sicurezza. Ne è invece obbligato chi si arruola come volontario.

Terzo caso: La pena di morte. Supposto il pieno accertamento dell’identità e della responsabilità del colpevole, il ricorso alla pena di morte è legittimo, in casi di estrema gravità, qualora fosse l’unica via praticabile per difendere efficacemente dall’aggressore ingiusto la vita di esseri umani.

Se, invece, i mezzi incruenti, non sanguinari, sono sufficienti per difendere dall’aggressore e per proteggere la sicurezza delle persone, non è giustificabile il ricorso alla pena di morte.

Oggi, lo Stato dispone di altri sistemi idonei per rendere inoffensivo il criminale, quindi, in pratica, si rivela l’inopportunità dell’applicazione della pena di morte. Ma il principio generale suddetto rimane salvo (cf CCC, n. 2267).





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