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Matrimonio, separazione, divorzio

di Padre Francesco Pio M. Pompa, FI da Il Settimanale di Padre Pio 09.11.2008




Un uomo e una donna che celebrano il sacramento del Matrimonio, nel quale Gesù Cristo stesso li unisce per tutta la vita come marito e moglie, col loro irrevocabile consenso, stipulano un patto che non possono infrangere e che impone l’obbligo di conservarsi fedeli nell’amore reciproco finché non intervenga la morte di uno di loro (cf CCC, n. 2364).
La fedeltà degli sposi è immagine della fedeltà perenne di Gesù verso la sua Chiesa (cf CCC, n. 2365). Esige l’unità e l’indissolubilità dell’unione sponsale.
Unità significa che il Matrimonio si celebra tra un solo uomo ed una sola donna e sono perciò proibiti la poligamia (il matrimonio di un uomo con più donne o viceversa) e l’adulterio (relazione sessuale, anche episodica, di una persona sposata con una persona che non è il proprio coniuge). I profeti ne denunciano la gravità (cf Os 2,7). Nell’adulterio vedono simboleggiato il peccato di idolatria. Cristo condanna l’adulterio anche se consumato con il semplice desiderio (cf Mt 5,27-28). Si tratta di offese gravissime alla dignità del Matrimonio (cf CCC, nn. 2380, 2387).
La poligamia è contraria alla dignità personale dell’uomo e della donna, che nel Matrimonio si donano con un amore totale e, quindi, unico ed esclusivo (Giovanni Paolo II, Familaris consortio, 19).
«Il cristiano che era poligamo, per giustizia, ha il grave dovere di rispettare gli obblighi contratti nei confronti di quelle donne che erano sue mogli e dei suoi figli» (CCC, n. 2387).

Chi commette adulterio viola gli impegni di fedeltà assunti nel giorno del Matrimonio e lede i diritti dell’altro coniuge. Anche se i due coniugi fossero consenzienti ai loro reciproci adulteri, la gravità non sarebbe per questo sminuita, in quanto si è di fronte alla violazione dell’istituto divino del Matrimonio e del patto di alleanza che lo fonda. Viene inoltre compromesso il bene della generazione umana e dei figli i quali hanno bisogno dell’unione stabile dei genitori (cf CCC, n. 2381).
Indissolubilità significa che il Matrimonio si celebra tra un uomo ed una donna che vogliono amarsi per sempre. Tra i battezzati cattolici «il matrimonio rato [validamente contratto] e consumato [completato con l’unione sessuale con la quale gli sposi ribadiscono il “sì” del patto nuziale] non può essere sciolto da nessuna potestà umana e per nessuna causa, eccetto la morte» (CCC, n. 2382). Per ragioni che la Legge ecclesiastica specifica (ad es. immaturità, inganno, vizi di forma, ecc.) i tribunali ecclesiastici possono dichiarare la nullità di un Matrimonio, ossia lo dichiarano come mai avvenuto.
Dio ha voluto il Matrimonio indissolubile: «L’uomo lascerà suo padre e sua madre e starà unito a sua moglie: non saranno più due, ma una carne sola» (Gen 2,24). Gesù ne ha confermato l’indissolubilità: «Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi» (Mt 19,6).
La separazione degli sposi con la permanenza del vincolo matrimoniale può essere legittima in certi casi contemplati dal Diritto canonico (Cann. 1151-1155: adulterio o altre situazioni difficili che rendono gravosa la vita in comune, compromettendo sia il bene spirituale come corporale dell’altro coniuge o della prole). «Se il divorzio civile rimane l’unico modo possibile di assicurare certi diritti legittimi, quali la cura dei figli o la tutela del patrimonio, può essere tollerato, senza che costituisca una colpa morale» (CCC, n. 2383).

Cessata la causa della separazione, si deve operare per ricostituire la convivenza coniugale.

Il divorzio è una grave offesa alla legge naturale, in quanto infrange un patto liberamente stipulato fra gli sposi di vivere l’uno con l’altro fino alla morte e, nel medesimo tempo, è un’offesa all’Alleanza della salvezza, di cui il Matrimonio sacramentale è segno. La sua immoralità deriva anche dal disordine che introduce nella famiglia e nella società. «Tale disordine genera gravi danni: per il coniuge, che si trova abbandonato; per i figli, traumatizzati dalla separazione dei genitori, e sovente contesi fra questi; per il suo effetto contagioso, che lo rende una vera piaga sociale» (CCC, nn. 2384, 2385).
Non pochi divorziati si risposano, accrescendo in questo modo la gravità della rottura. «Il coniuge risposato si trova in tal caso in una condizione di adulterio pubblico e permanente» (CCC, n. 2384).
I divorziati risposati «non possono accedere alla comunione eucaristica, per tutto il tempo che perdura tale situazione. Per lo stesso motivo non possono esercitare certe responsabilità ecclesiali. La riconciliazione mediante il sacramento della penitenza non può essere accordata se non a coloro che si sono pentiti di aver violato il segno dell’alleanza e della fedeltà a Cristo, e si sono impegnati a vivere in una completa continenza» (CCC, n. 1650).
Il coniuge che subisce il divorzio «non contravviene alla norma morale. C’è infatti una differenza notevole tra il coniuge che si è sinceramente sforzato di rimanere fedele al sacramento del matrimonio e si vede ingiustamente abbandonato, e colui che, per sua grave colpa, distrugge un matrimonio canonicamente valido» (CCC, n. 2386). Tuttavia, anche nel caso che fosse innocente, il coniuge che contraesse nuove nozze, si troverebbe comunque in una condizione di adulterio.
In ogni caso i divorziati risposati «siano esortati ad ascoltare la Parola di Dio, a frequentare il sacrificio della Messa, a perseverare nella preghiera, a dare incremento alle opere di carità e alle iniziative della comunità a favore della giustizia, a educare i figli nella fede cristiana, a coltivare lo spirito e le opere di penitenza, per implorare così, di giorno in giorno, la grazia di Dio» (Giovanni Paolo II, Familiaris consortio, 84).





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