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L'arcangelo del lieto Messaggio: San Gabriele
di Paolo Risso da Il Settimanale di Padre Pio 09.01.2011



Chi è l’arcangelo Gabriele? L’angelo dell’Annunciazione! Non solo. I Testi Sacri ne parlano più volte e la Tradizione gli attribuisce l’annuncio della Divina Nascita ai pastori nei cieli di Betlemme. Quale angelo ha consolato Gesù nell’orto del Getsemani? Forse è stato proprio lui!

Fino al 1969, la sua festa era il 24 marzo, il giorno precedente la sua impresa più grande: l’annuncio del lieto messaggio dell’Incarnazione del Figlio di Dio a Maria Santissima. Ora purtroppo la sua festa è stata unificata il 29 settembre con quella dei suoi “colleghi” san Michele e san Raffaele arcangeli. Tuttavia, a ben pensarci, il tempo natalizio è il suo tempo.

L’annuncio a Daniele

Siamo al tempo della deportazione degli ebrei a Babilonia (539 a.C.), quando già Dario, figlio di Serse, della stirpe dei medi, è stato costituito re dei caldei. In un giorno dell’anno I del regno di Dario, Daniele, il profeta cresciuto da giovane incontaminato alla corte di Nabucodonosor e interprete dei suoi sogni dal significato messianico (cf Dan 2,1-49) sta pregando per i peccati del suo popolo (cf Dan 9,1-20), quando gli apparve l’arcangelo Gabriele, «al tempo del sacrificio pomeridiano» e gli annuncia: «Fin dall’inizio delle tue suppliche è uscita una parola e io sono venuto per annunziartela, poiché tu sei l’uomo delle compiacenze di Dio. Ora sta’ attento alla parola e comprendi la visione: settanta settimane sono fissate per il tuo popolo e per la tua santa città per mettere fine all’empietà, mettere i sigilli ai peccati, espiare l’iniquità, portare una giustizia eterna, suggellare visione e profezia e ungere il Santo dei santi. [...]. Sarà tolto di vita il consacrato [= Cristo] che nessuno difenderà; la città e il santuario saranno distrutti da un principe che verrà; la sua fine verrà come un cataclisma e fino al termine vi saranno guerra e devastazioni decretate. [...] E farà cessare il sacrificio e l’offerta; e nel tempio sarà l’abominio della devastazione» (Dan 9,23-27).
(Il testo latino riconosciuto dalla Chiesa, parla di «Christus ducem», che verrà dopo 70 settimane – di anni, si intende –, a cominciare dalla visione di Daniele; quindi profetizza: «Occidetur Christus»).

Questa pagina lascia esterrefatti anche i non-credenti. È l’arcangelo Gabriele che annuncia al profeta Daniele che passeranno 70 settimane di anni (circa 490 anni) e poi verrà il «Consacrato», Gesù, il Cristo (sarà ancora l’arcangelo Gabriele ad annunciare a Maria di Nazareth che Egli sta per venire e che Ella è chiamata da Dio a diventarne la madre, rimanendo Vergine purissima).
È l’arcangelo Gabriele che predice la sua Morte sacrificale – il Consacrato sarà tolto di vita – e ancora il castigo che un principe straniero – Tito, generale e poi imperatore romano – farà ricadere sulla nazione giudaica, sulla città e sul tempio che lo hanno tolto di mezzo.
La profezia di Daniele, confermata da Gesù nei suoi terribili discorsi ai nemici che lo rifiutano (cf Lc 19,41-44; Lc 23,31), si realizzerà alla lettera – così come racconta lo storico Giuseppe Flavio nel suo libro La guerra giudaica – nel 70 d.C., che segna la distruzione di Gerusalemme e la dispersione del popolo d’Israele.
È annuncio di gioia, quello di Gabriele: mancano solo più cinque secoli alla venuta del Messia, al suo Sacrificio di redenzione sulla croce, da cui ogni uomo che lo accolga viene redento. C’è anche un annuncio terribile, la distruzione di Gerusalemme, ma questo è l’inizio di una meravigliosa diffusione della Chiesa di Gesù nel mondo. L’Antico Testamento (= Alleanza) è definitivamente finito, ed è aperto per sempre il Nuovo Testamento, la nuova Alleanza.

L’annuncio a Maria

Passano le 70 settimane di anni. È la vigilia dell’ultimo giorno e poiché la memoria degli uomini facilmente scolora e dimentica, era necessario che un nuovo “profeta” uscisse ad annunciare la Venuta del Messia, il Consacrato (= il Cristo), il Salvatore.
Allora Dio fa di nuovo cenno a Gabriele e lo manda al vecchio sacerdote Zaccaria a dirgli: «La tua preghiera è stata esaudita e tua moglie Elisabetta ti darà un figlio, che chiamerai Giovanni. Avrai gioia ed esultanza e molti si rallegreranno per la sua nascita. [...]. Io sono Gabriele che sto al cospetto di Dio e sono stato mandato a parlarti e a portarti questo lieto annunzio» (Lc 1,5-25).
Era una mattina attorno al 23 settembre, quel giorno, dell’anno precedente la Nascita di Gesù... Non ancora saltellava nel seno ormai gravido di Elisabetta, l’ultimo profeta, Giovanni, come sarebbe stato chiamato, che Dio chiamò di nuovo Gabriele per la sua missione più bella: «Nel sesto mese [dal concepimento di Giovanni il Battista, quindi attorno al 25 marzo] l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea [...] a una vergine promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: “Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te. [...]. Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. [...]. Il suo regno non avrà fine”» (Lc 1,26-33).

Maria già accetta, solo vuole luce per sapere come ciò potrà avvenire. Ella “non conosce uomo”, cioè ha consacrato a Dio la sua verginità, in pieno accordo con Giuseppe il suo sposo verginale, entrambi consacrati a Dio e donati l’uno all’altra in un purissimo amore di carità teologale, in cui Dio è l’unico Amore. Una delle primissime voci di creatura umana a Dio nel Nuovo Testamento è quella di Maria Santissima, ed è voce di purezza, di verginità, di consacrazione.
Gabriele, a nome di Dio, subito risolve l’enigma: «Lo Spirito Santo scenderà su di te. [...]. Nulla è impossibile a Dio». Maria disse: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me [fiat mihi] quello che hai detto» (Lc 2,34-38).
In quel momento sublime, nel seno di Maria, il Figlio di Dio si è fatto uomo (et Verbum caro factum est et abitavit in nobis!). Il Verbo di Dio – il Figlio di Dio – si è fatto carne e ha posto la sua tenda in mezzo a noi. La prima “tenda” – il primo tabernacolo – di Gesù tra noi, è Maria, il suo Cuore Immacolato, il suo intimo virgineo. Dice la Tradizione della Chiesa che in quel momento, Gabriele si prostrò davanti alla Vergine Maria per adorare Colui – il Figlio di Dio – che in quell’istante Ella iniziava a portare in seno.

Nove mesi dopo, viene Natale. Il Vangelo di san Luca non ne fa il nome quando parla dell’Angelo che si presenta ai pastori e dice loro: «Io vi annunzio una grande gioia [gaudium magnum] [...]: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore che è il Cristo Signore». Ne dà il segno: «Un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia». San Luca non fa il nome dell’angelo, ma nulla vieta di pensare che sia ancora Gabriele, il medesimo apparso a Daniele, circa 500 anni prima, il medesimo dell’annuncio a Zaccaria e ancora più dell’Annuncio a Maria Santissima chiamata a diventare sua Madre.
La Chiesa lo pensa e lo crede e lo canta in un suo inno: «Pastores solymos, inclite, gaudiis, / implesti, reserans cœlica nunzia: / et tecum celebrat turba canentium / nati mysterium Dei». Che traduciamo: «I pastori di Giudea, o illustre, di gioia / hai riempito, recando il celeste annuncio / e con te, inneggia la turba degli angeli / che cantano il mistero del Dio nato».
L’inno or ora citato, rivolto appunto all’arcangelo Gabriele, si rifà alla pagina evangelica del Natale (cf Lc 2,13-14), che presenta gli angeli inneggianti sulla grotta di Betlemme: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli».
Il consolatore di Gesù

Notte di gioia, la notte di Natale, ma passano 33 anni, e c’è una notte di agonia. Sulla pietra del Getsemani, Gesù agonizza e suda sangue davanti alla mole sconfinata dei peccati degli uomini di tutti i luoghi e di tutti i tempi che sta per cadere sulle sue spalle e sul suo Cuore, affinché mosso dall’obbedienza, dall’adorazione e dall’amore al Padre suo, Egli espii i peccati e apra il Paradiso ai peccatori pentiti.
Ancora l’evangelista Luca narra che a Gesù obbediente alla Volontà di Dio («non sia fatta la mia, ma la tua volontà») «apparve [...] un angelo dal cielo a confortarlo» (Lc 22,43). San Luca non ne dice il nome, ma anche qui la Chiesa, in un suo inno pensa e crede che l’angelo confortatore dell’agonia sia ancora Gabriele, il cui nome significa appunto “forza di Dio”. Citiamo l’inno: «Oranti Domino nocte novissima, / dum sudor madidum sanguine conficit, / astas a superis, ut calicem bibat, / assensum Patris indicans». Che traduciamo: «Al Signore orante nell’ultima notte, / mentre un sudore di sangue lo rende madido, / tu vieni dall’alto, affinché Egli beva il calice / indicando l’assenso al Padre».
Questa è la dottrina della Sacra Scrittura e della Tradizione della Chiesa. Questo dice la preghiera della Chiesa. Come si può mettere in dubbio tutto, come si fa oggi, persino l’esistenza degli angeli? Essi sono tutti a servizio di Gesù, in servizio dell’opera della Redenzione, quindi a nostro servizio, a nostro ammaestramento, a nostra tutela e custodia.
Tutti gli angeli, in modo singolarissimo san Michele e san Gabriele, sono a indicare Gesù come l’unico Centro, l’unico Salvatore, l’unica Vita, il Tutto della nostra vita. Hanno accompagnato il loro e nostro Signore Gesù nella sua missione, nella Redenzione. Accompagnano noi a Lui, lungo la vita, nelle scelte piccole e grandi. Davvero la nostra vita cristiana-cattolica è mirabile compagnia e non c’è solitudine, anche quando tutti ti lasciano: Gesù, la Madonna, i Santi, gli angeli. Verso la meta, il Paradiso di Dio. Oh, sì, amiamo Gesù alla follia... e ci arriveremo.





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