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La "ricchezza" della Chiesa come rispondere?
di Corrado Gnerre da Il Settimanale di Padre Pio 06.03.2011



Perché la Chiesa che predica la povertà è tanto “ricca”? Ci sono almeno 4 considerazioni che si possono portare a chi muove ai cattolici questa critica, riflettendo su quel che veramente significano nella Chiesa “povertà” e “ricchezza”.

Una delle questioni che più frequentemente vengono proposte nelle ore di religione cattolica o negli incontri di catechesi è quella riguardante la cosiddetta “ricchezza” della Chiesa. Ma è mai possibile – si chiede solitamente – che la Chiesa possegga tanta ricchezza pur predicando la povertà?
E allora è bene chiarire alcuni punti per saper rispondere a questo interrogativo, che – come abbiamo già detto – è molto diffuso.
Divideremo il discorso in quattro punti:
1) la povertà non va confusa con il pauperismo;
2) la Verità non può essere separata dalla bellezza;
3) la ricchezza della Chiesa... non è della Chiesa;
4) la Chiesa non è del mondo, ma è nel mondo.

La povertà non va confusa con il pauperismo

Iniziamo con il primo punto. Prima di tutto va detto che la povertà non può essere confusa con il pauperismo. La povertà è un valore che deve essere tenuto in considerazione da tutti i cristiani. Tutti sono tenuti ad essere “poveri”, perché la povertà è rapportarsi nel modo corretto ai beni materiali, nel senso che questi beni non possono e non devono essere considerati “fini”, ma solo “mezzi”. Nelle Beatitudini (cf Lc 6) Gesù chiama i poveri «beati», mentre dice: «Guai a voi, ricchi». Ebbene, quella povertà e quella ricchezza non devono essere pensate in senso economico. Il “povero”, evangelicamente, non è colui che non possiede nulla, quanto colui che, pur possedendo, sa che quella ricchezza va considerata solo come mezzo per praticare il bene e avvicinarsi a Dio. Invece il “ricco”, in senso evangelico, non è colui che necessariamente possiede, bensì colui che è tanto pieno di sé da non saper far posto a Dio nella sua vita. Paradossalmente, se uno ha in tasca diecimila euro, ma fa di questa cifra non il fine della sua vita, ma un mezzo per praticare il bene, costui non è un ricco ma un povero. Se invece uno ha in tasca solo un euro, ma fa di questo misero euro il fine della sua vita, addirittura dichiarandosi disposto a calpestare anche la Legge di Dio pur di aumentare la sua “ricchezza”, costui non è un povero ma un ricco. Certo, è indubbio che chi possiede molto, più facilmente sarà tentato nell’orgoglio e nella presunzione; chi invece possiede di meno, più facilmente sceglierà l’umiltà e la semplicità; ma di qui a rilevare un automatismo ce ne corre.
Inoltre, come abbiamo accennato prima, va detto che non si può confondere la povertà con il pauperismo. Quest’ultimo è la povertà economica a tutti i costi. Ma ciò è lontano da una corretta prospettiva cristiana. Prendiamo san Francesco d’Assisi, prototipo della vera povertà. Questo grande Santo ci teneva a far capire ai suoi frati che la strada della loro povertà doveva essere considerata come una delle tante per arrivare in Paradiso, ma non l’unica strada. La necessaria strada per chi sceglieva la loro vita, ma non per gli altri. Tanto è vero che chi, tra i francescani, la pensò in maniera difforme dal Serafico Fondatore, finì con l’uscire dalla Chiesa e morire eretico.

La Verità non può essere separata dalla bellezza

Citiamo nuovamente san Francesco d’Assisi. Questo grande Santo pretendeva la massima povertà per i suoi frati, ma il massimo splendore per gli edifici ecclesiastici. Egli diceva che le chiese dovrebbero essere adornate di oro e di argento tanto è la Grandezza che contengono, ovvero il Santissimo Sacramento. I paramenti liturgici, che le clarisse del tempo di san Francesco cucivano, erano adornati di oro zecchino, perché così voleva il Serafico Padre. La bellezza, infatti, deve significare la Verità. Meglio: la Verità deve essere significata dalla bellezza. E la bellezza è anche maestosità, è anche “ricchezza”.
Nel Vangelo di San Giovanni (capitolo 12) vi è un episodio che per questa questione dice tutto: «Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betània, dove si trovava Lazzaro, che egli aveva risuscitato dai morti. E qui gli fecero una cena: Marta serviva e Lazzaro era uno dei commensali. Maria allora, presa una libbra di olio profumato di vero nardo, assai prezioso, cosparse i piedi di Gesù e li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì del profumo dell’unguento. Allora Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che doveva poi tradirlo, disse: “Perché quest’olio profumato non si è venduto per trecento denari per poi darli ai poveri?”». L’Evangelista aggiunge che Giuda disse così non perché gli interessassero i poveri, ma perché era ladro e voleva frodare ciò che vi era in cassa. La risposta di Gesù è chiara: «Lasciala fare [...]. I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me». Dunque, ci sono dei momenti in cui bisogna donare agli altri, ma ci sono anche dei momenti in cui bisogna sottolineare con la ricchezza la grandezza del divino.
La bellezza ingentilisce gli animi, aprendoli anche alla sensibilità e quindi alla comprensione verso il prossimo. Creare bellezza è un atto di amore doveroso nei confronti di Dio. Voglio rendere partecipi i lettori di una considerazione che un grande storico cattolico, il compianto professor Marco Tangheroni (pisano doc), fece anni fa ad alcuni di noi. Egli ci raccontò che a Pisa, prima che costruissero la celeberrima Piazza dei Miracoli con il Duomo, il Battistero e il famosissimo Campanile (che poi è diventato la conosciutissima Torre Pendente) mancavano le fogne. Il popolo pisano, però, preferì costruire prima la Cattedrale e poi eventualmente pensare alle fogne. La scelta fu certamente imprudente... ma di grande generosità verso Dio. Verrebbe da pensare: ma che forse la Provvidenza abbia voluto ripagare la grande generosità dei Pisani del tempo? D’altronde, a differenza di altre città toscane, a Pisa se si toglie la Torre Pendente e Piazza dei Miracoli non rimane granché. Quella città è divenuta famosa in tutto il mondo per un fatto misterioso: il cedimento del terreno che ha permesso al Campanile non di schiantarsi al suolo, ma di rimanere sorprendentemente inclinato. E si badi: allora i sondaggi geologici li sapevano fare eccome... se è vero, come è vero, che tutto ciò che di grande costruivano è giunto intatto fino a noi malgrado molteplici terremoti.

La ricchezza della Chiesa... non è della Chiesa

In realtà la ricchezza della Chiesa non è della Chiesa. La ricchezza della Chiesa consiste soprattutto nelle opere d’arte, che, non solo non sono alienabili (nel senso che sono invendibili), ma che esistono grazie soprattutto alla generosità dei fedeli. Proprio dalle colonne di questo Settimanale lessi di un episodio capitato nell’Emilia del dopoguerra, gli anni del grande scontro fra cattolici e comunisti. Ebbene, in una cittadina del cuore dell’Emilia vi fu un convegno organizzato dall’allora partito comunista. Tra i relatori vi era un professore (ovviamente comunista) che iniziò ad attaccare la Chiesa soprattutto per una sua presunta ricchezza tenuta per sé senza darla ai poveri. Tra il pubblico vi erano due colti sacerdoti che cercarono di prendere la parola per fare da contraddittori, ma aggravarono la situazione perché intervennero utilizzando un linguaggio troppo teorico e teologico, così la gente che assisteva, semplice ed ignorante, non riuscì a capire. Provvidenza volle però che prendesse la parola anche un semplice parroco, che in dialetto parlò ai presenti. Egli si limitò a raccontare agli abitanti di quella cittadina un fatto accaduto anni fa e che tutti ricordavano molto bene. Si trattava di un operaio comunista, ateo, al quale si ammalò gravemente l’unica figliola. La moglie, ch’era credente, decise di chiedere alla Vergine, a cui era dedicato un famoso Santuario del posto, la grazia della guarigione. Il miracolo ci fu: la bambina guarì. L’operaio, allora, volle andare dal miglior gioielliere della città per far realizzare un bellissimo ex-voto d’oro. Il lavoro fu eseguito e l’uomo lo portò al rettore del Santuario. Però, dopo pochi giorni, l’operaio, passando dinanzi alla gioielleria, vide esposto in vetrina l’oggetto che aveva commissionato e consegnato al Santuario. Impazientito, chiese spiegazioni. Gli fu detto che il rettore lo aveva messo in vendita per costruire un oratorio per i fanciulli. L’uomo, giustamente, andò su tutte le furie: «Ecco, noi regaliamo alla Madonna... e i preti rivendono ciò che regaliamo!». E aveva ragione. Per quanto fosse buona l’intenzione del sacerdote, egli non poteva rivendere ciò che un fedele aveva regalato direttamente alla Vergine. Bastò il ricordo di questo episodio, perché tutti i presenti capissero il vero significato delle tante ricchezze della Chiesa.

La Chiesa non è del mondo, ma è nel mondo

È vero che il cassiere era Giuda Iscariota (perché evidentemente una certa inclinazione la doveva avere), ma Gesù stesso volle che gli Apostoli avessero una cassa. E ciò perché l’evangelizzazione, pur non essendo del mondo, avviene nel mondo. Se la Chiesa non avesse un’autonomia economica, dovrebbe dipendere da qualche realtà mondana. Ma, se così fosse, non sarebbe più libera nei suoi giudizi. Un piccolo esempio: un conto è se si ha un proprio stipendio, altro se si dipende totalmente da qualcuno che dà da mangiare e da bere. Nel secondo caso, se ci si dovesse accorgere che colui da cui si dipende è un poco di buono, potrebbe subentrare facilmente la tentazione di chiudere entrambi gli occhi convincendosi: se chi mi dà da vivere andrà in galera, chi mi sosterrà? Penso che come esempio sia abbastanza convincente.





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