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12 Novembre - S. Giosafat Vescovo e martire


La Russia fu evangelizzata dai cristiani bizantini poco prima dello scisma del secolo XI e seguì la Chiesa greca nella sua separazione da Roma, accettàndone la dipenenza fino al 1589, quando divenne autonoma con l'elevazione del metropolita di Mosca alla dignità di patriarca. In questo stesso periodo la Rutenia era passata dal dominio russo a quello polacco. I sacerdoti ortodossi, entrando in comunione con Roma, poterono mantenere gli antichi riti e le tradizioni della Chiesa slava. In questo clima ecumenico, che faceva presagire la composizione dello scisma d'Oriente, verso il 1580 nasceva, da famiglia ortodossa separata, Giovanni Kuncewycz, il futuro apostolo dell'unità dei cristiani d'Oriente.

Partendo dal grande dono comune dei cristiani, il battesimo, Giovanni maturò la sua completa adesione alla comunione con Roma, attingendo agli altri beni comuni, come la parola di Dio scritta, la vita di grazia, la fede, la speranza e la carità. La Chiesa russa aveva infatti conservato intatto l'essenziale della fede e della struttura ecclesiale, come i sacramenti, la liturgia, l'antica tradizione apostolica e patristica, il culto dei santi, la devozione mariana, il profondo ascetismo. Fu proprio la spiritualità monastica orientale, il cui influsso ha dato il via alla grande fioritura monastica in Europa, a riportare alla completa unità con Roma Giovanni Kuncewycz.

Vestito l'abito religioso e convertitosi alla Chiesa rutena unita, ebbe il privilegio di essere il primo novizio del primo monastero basiliano unito, quello della Santissima Trinità di Vilna. Aveva vent'anni. Mutò il nome, assumendo quello di Giosafat, il biblico nome della valle del Cedron, dove, secondo il profeta Gioele, converranno le anime per il giudizio finale. Innestando l'antica spiritualità basiliana con le nuove direttive d'azione dei gesuiti, dei quali accolse e fece suo il giovane spirito missionario, Giosafat, consacrato sacerdote, quindi eletto archimandrita e coadiutore dell'arcivescovo di Pólozk, intraprese un'attivissima opera di apostolato per la riforma della vita monastica e per l'unità dei cristiani, tanto da meritare l'appellativo di «rapitore di anime».

Eletto vescovo, successe all'arcivescovo di Pólozk. Fu barbaramente assassinato da un gruppo di facinorosi il 12 novembre 1623 a Vitebsk, nella Russia Bianca, poiché il suo zelo e la sua benemerita azione per l'unione alla Chiesa di Roma gli aveva attirato l'odio degli ortodossi separati. Fu canonizzato da Pio IX nel 1867. La memoria obbligatoria, decretatagli nel nuovo calendario liturgico, ha un significato chiaramente ecumenico.


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