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4 Novembre - S. Carlo Borromeo Vescovo.


La ciclopica statua che i suoi concittadini di Arona, sul Lago Maggiore, gli hanno eretta esprime molto bene la grande statura umana e spirituale di questo santo, attivo, benefico, impegnato in tutti i campi dell'apostolato cristiano. Era nato ad Arona nel 1538. Nipote di papa Pio IV, fu creato cardinale diacono col titolo di S. Prassede a soli ventun anni e scelto dal papa stesso come segretario di Stato. Mai come in questo caso il nepotismo fu pienamente giustificato. Pur restando a Roma a dirigere gli affari inerenti alla sua qualifica (fu il primo segretario di Stato nel senso moderno) ebbe il privilegio di poter amministrare anche di lontano l'arcidiocesi milanese.

Morto suo fratello maggiore, rinunciò infatti definitivamente al diritto al titolo di conte e alla successione e preferì essere ordinato, ventiquattrenne, sacerdote e vescovo. Due anni dopo, morto il papa Pio IV, Carlo Borromeo lasciò definitivamente Roma e venne accolto trionfalmente nella sua sede episcopale milanese, dove rimase fino alla morte che lo colse appena quarantaseienne, nel 1584. In una diocesi i cui confini racchiudevano popolazioni lombarde, venete, svizzere, piemontesi e liguri, S. Carlo era presente ovunque. Il suo stemma portava un motto di una sola parola: « Humilitas », umiltà. Non era una semplice curiosità araldica, era una precisa scelta: lui, nobile e ricchissimo, si privava di tutto e viveva a contatto del popolo per ascoltarne i bisogni e le confidenze. Lo hanno definito «padre dei poveri»: lo fu nel pieno senso della parola.

Profuse i suoi beni nella costruzione di ospedali, ospizi, case di formazione per il clero, impegnandosi a portare avanti le riforme suggerite dal Concilio di Trento, di cui fu uno dei principali attori. Animato da un sincero spirito di riforma, riportò una rigida disciplina nel clero e nei religiosi, mai preoccupato delle ostilità che si andava creando in quanti non erano propensi a rinunciare a certi privilegi che la tonsura garantiva. Fu fatto segno di un vile attentato, mentre pregava nella sua cappella, ma ne uscì illeso, perdonando generosamente l'attentatore.

Portò avanti le riforme del concilio di Trento mettendosi in urto con lo stesso governatore spagnolo. Durante la terribile epidemia di peste che esplose nel 1576 e si protrasse per molto tempo, annidandosi in tutti gli angoli della sua diocesi, S. Carlo profuse tutte le sue energie, e la sua carità non conobbe precauzioni. Poi anche la sua robusta fibra cedette sotto il peso di tanta fatica. Morì il 3 novembre 1584. Fu canonizzato il 10 novembre 1610 da Paolo V.


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