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30 Luglio - S. Pietro Crisologo Vescovo e dottore della Chiesa.


Se la tenace proliferazione di eresie, nel quarto e nel quinto secolo, ha rallentato l'evangelizzazione del mondo pagano, per un altro verso ha suscitato grandi gure di pastori, di teologi, di scrittori e di predicatori, che con la loro intelligenza hanno saputo rendere più cosciente e vissuta la fede tra i cristiani. La catechesi sistematica, l'omelia e il «sermo» offrirono una esposizione chiara e serrata dell'ortodossia. Si ebbero anche i primi tentativi di una costruzione teologica non di pura speculazione. In particolare, il vescovo di Ravenna, Pietro (nato a Imola verso il 380) meritò l'appellativo di Crisòlogo, cioè di «uomo dalla parola d'oro», per essere autore di stupendi sermoni, ricchi di dottrina, che gli valsero anche il titolo di dottore della Chiesa, decretàtogli nel 1729 da Benedetto XIII.

Di lui abbiamo 176 omelie, brevi, di tono popolare, molto espressive, nelle quali viene spiegato il Vangelo, il Simbolo o il « Pater noster », oppure sono proposti esempi di santi da imitare ed esaltate le virtù del vero cristiano. In una omelia definisce l'avaro « schiavo del denaro », ma il denaro - soggiunge - è il servo del misericordioso. P- facile intuire il significato di questa « predica ». Eletto vescovo di Ravenna nel 424, Pietro Crisologo si mostrò subito buon pastore, prudente e senza ambiguità dottrinali. Umili e potenti erano da lui ascoltati con pari accondiscendenza e carità. L'imperatrice Galla Placidia lo ebbe consigliere e amico.

L'autorità del vescovo Pietro di Ravenna era riconosciuta in un largo raggio della Chiesa. A lui infatti si rivolse, per lettera, il protagonista di un'altra importante disputa in campo dottrinale, Eutiche, archimandrita di un monastero di Costantinopoli. Gli chiedeva il suo parere a proposito della questione monofisita (una sola natura in Cristo), alla vigilia del concilio di Calcedonia. Pietro gli rispose che faceva bene a rivolgersi a papa Leone, poiché « nell'interesse della pace e della fede non possiamo discutere su questioni relative alla fede senza l'assenso del vescovo di Roma».

In quel particolare momento storico, in cui alle lacerazioni dell'Impero romano, diviso all'interno e stretto all'esterno dalla morsa delle migrazioni barbariche, si univano le contestazioni della Chiesa di Costantinopoli, che contendeva a Roma il primato gerarchico, la risposta del metropolita di Ravenna ha il suono di una chiara professione di fede. Il santo mori a Imola, il 31 luglio 451, secondo altri, il 3 dicembre 450.



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