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29 Aprile - S. caterina da Siena Vergine e dottore della Chiesa, patrona d'Italia (festa).


Ciò che più stupisce nella vita di S. Caterina da Siena non è tanto il ruolo inconsueto che ella ebbe nella storia del suo tempo quanto la maniera squisitamente femminile con cui svolse questo ruolo. Al papa, che ella chiamava col nome di « dolce Cristo in terra », rimproverava lo scarso coraggio e lo invitava ad abbandonare Avignone per fare ritorno a Roma, con parole umanissime come queste: «Su, virilmente, padre! Che io vi dico che non bisogna tremare». A un giovane condannato a morte, che ella accompagnò fin sopra il patibolo, disse nell'ultimo istante: « Giuso! alle nozze, fratello mio dolce! che tosto sarai alla vita durevole ».

Quando sedeva a tavola con i suoi discepoli, badava a non urtare le gelosie di qualcuno e non di rado, come fa la madre col bambino permaloso, dava l'imbeccata col proprio cucchiaio a chi si sentiva trascurato da lei. Poi la voce sommessa della donna mutava tono e si traduceva spesso in quell'« io voglio », che non ammetteva tergiversazioni quando erano in questione il bene della Chiesa e la concordie dei cittadini.

Nata a Siena il 25 marzo 1347, ventiquattresima figlia di Giacomo e Lapa Benincasa, Caterina celebrò a sette anni il suo matrimonio mistico con Cristo. Che ciò non fosse il frutto di fantasie infantili, ma l'inizio di una straordinaria esperienza mistica, lo si poté costatare molto presto. A quindici anni Caterina entrava a far parte del Terz'ordine di S. Domenico, iniziando una vita di penitenza di estremo rigore. Per vincere la repulsione verso un lebbroso maleodorante si chinò a baciarne le piaghe.

Analfabeta, cominciò a dettare a vari amanuensi le sue lettere, accorate e sapienti, indirizzate a papi, re, condottieri e umile gente del popolo. Il suo coraggioso impegno sociale e politico suscitò non poche perplessità tra i suoi stessi superiori e dovette presentarsi davanti al capitolo generale dei domenicani, celebrato a Firenze nel maggio del 1377, per rendere conto della sua condotta.

A Siena, nel raccoglimento della sua cella dettò il Dialogo sulla Divina Provvidenza per sciogliere a Dio il suo ultimo canto d'amore. Rispose quindi all'appello di Urbano VI col quale si era schierata dall'inizio del grande scisma, perché il papa la volle a Roma in quel momento di grave confusione. Qui cadde ammalata e attorniata dai suoi numerosi discepoli, ai quali raccomandò soltanto di amarsi gli uni gli altri, rese la sua anima a Dio. Era il 29 aprile 1380: aveva compiuto da un mese trentatrè anni. Fu canonizzata il 29 aprile 1461. Nel 1939 venne dichiarata patrona principale d'Italia insieme con S. Francesco di Assisi. Il 4 ottobre 1970 Paolo VI l'ha proclamata dottore della Chiesa.






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