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14 Aprile - S. Ermenegildo Martire.



Le vicende di S. Ermenegildo, interessanti come un romanzo d'appendice, hanno sollevato diverse perplessità tra storici ed agiògrafi: qualcuno molto a malincuore ne riconosce la santità. La sua ribellione armata contro il padre è ben lungi dall'essere considerata « giustificata » da tutti. Il disaccordo cominciò già coi primi quattro biografi: mentre Giovanni abate di Biclaro e poi vescovo di Gerona è ostile e S. Isidoro di Siviglia almeno perplesso, S. Gregorio di Tours offre un'attenta narrazione e S. Gregorio Magno traccia un vero e proprio panegirico. La verità, come al solito, sta nel mezzo. E il mezzo è praticamente questo. Ermenegildo era figlio di Leovigildo, che nel 567 successe ad Atanagildo e fu il primo visigoto ad essere insignito del titolo di re e legato imperiale in Spagna.

I Visigoti, che Clodoveo aveva definitivamente relegato nella Spagna, avevano abbracciato il cristianesimo, ma in una forma eretica, quella ariana, proposta loro nella seconda metà del sec. IV dal vescovo Ulfila (o Wulfila). Cristiani cattolici erano invece i Franchi confinanti, con i quali per motivi politici si intrecciavano i matrimoni. Anche Ermenegildo, la cui madre Teodosia era cattolica, aveva ricevuto un'educazione ariana ma sposò una principessa cattolica. Questa, Ingonda, era anzi nipote della seconda moglie di Leovigildo, Goswinta, vedova di Atanagildo e ariana «arrabbiata»: la tradizionale ostilità tra cattolici e ariani era stata comprensibilmente accresciuta in Goswinta dal fatto che sua figlia, zia di Ingonda, era morta tragicamente per mano di un principe «cattolico».

Goswinta tentò invano, con le buone e con le cattive, di far «convertire» Ingonda: un giorno, dopo averla duramente picchiata, la denudò e la trascinò in una piscina per ribattezzarla suo malgrado. Per far cessare le tensioni, Leovigildo esiliò il figlio Ermenegildo a Siviglia. Qui il giovanotto abbracciò il cattolicesimo e, forse con l'approvazione di S. Leandro, fratello di S. Isidoro, mise a punto un piano d'insurrezione contro il padre, chiamando in aiuto Bizantini e Svevi. Venne però sconfitto e si arrese dietro garanzie proposte per la mediazione di suo fratello Recaredo. Gettato in carcere a Valencia e a Tarragona, qui si svolse l'ultimo atto del dramma.

Il giorno di Pasqua del 585, il 25 marzo, Ermenegildo rifiutò di ricevere la comunione dalle mani del vescovo ariano inviatogli dal padre, che ne ordinò perciò l'immediata esecuzione: proprio per questa circostanza, il suo fu un vero martirio. Per il pressante intervento di Filippo II, nel 1586 Sisto V fissò la memoria di S. Ermenegildo martire al 13 aprile.






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