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Iniziazione alla vita spirituale

Progresso e profondità

Dopo le precedenti nozioni elementari e ancora esteriori, veniamo ora al combattimento che si impegna nelle profondità del nostro essere. Quando si sbuccia una cipolla, si tolgono uno dopo l’altro i veli che l’avvolgono, e si arriva infine al cuore del bulbo da cui germoglia lo stelo verso la luce.

Così, quando sarai giunto nella tua cella interiore, allora potrai intravedere la dimora celeste, poiché secondo s. Isacco il Siro, sono entrambe una sola cosa.

Quando ti sarai sforzato di penetrare nella cella interiore, vi scorgerai, oltre la tua vera faccia, quello che s. Esichio chiama le nere facce degli Etiopi, cioè i pensieri cattivi. S. Macario d’Egitto li paragona ad un serpente annidato nel cuore e che colpisce gli organi più vitali dell’anima. Se riesci ad uccidere quel serpente, egli dice, puoi inorgoglirti della tua generosità davanti a Dio.

Ma finché non l’hai ucciso, prostrati umilmente, come un povero peccatore, e prega Dio, poiché il nemico è sempre nascosto in agguato.

Ma come potremmo ingaggiare la lotta, dal momento che non siamo ancora penetrati nel nostro cuore? Ci fermiamo davanti alla porta; ma dobbiamo picchiare con il digiuno e la preghiera, come ci prescrive il Signore: «Picchiate e vi sarà aperto» (Mt 7,7). Picchiare è operare.

Se rimarremo fermi nella parola del Signore, nella povertà, nell’umiltà e in tutto quello che il Vangelo ci prescrive, se giorno e notte busseremo alla porta di Dio, allora potremo ottenere quello che cerchiamo.

Chiunque voglia uscire dalla prigione e dalle tenebre, può entrare nella libertà solo attraverso questa porta. Qui, dice s. Macario, riceverà la libertà spirituale e potrà raggiungere il Cristo, il Re celeste.





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