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Iniziazione alla vita spirituale




Il combattimento interiore non è che un mezzo a servizio di un fine

Man mano che ti affranchi dalle catene esteriori, ti scio gli al contempo dai legami interiori; emancipandoti dalle preoccupazioni del di fuori, liberi il tuo cuore anche dalle angustie del di dentro. Di conseguenza, il rude combattimento che sei costretto a sostenere non è che un mezzo: in quanto tale, non è né buono né cattivo; i santi l’hanno spesso paragonato ad una terapia medica. Sebbene sia molto penoso assoggettarvisi, tuttavia essa è un mezzo per riacquistare la salute.

Ricordati sempre che non fai un qualcosa di virtuoso sforzandoti di dominarti. Che vi è, infatti, di virtuoso, quando si è caduti, per propria negligenza, in una galleria sotterranea, nel prendere la pala e il piccone per sforzarsi di uscirne? Non è, al contrario, più che naturale utilizzare gli strumenti che ti passa qualcuno che si trova al di fuori, per uscire da quell’atmosfera soffocante e da quelle tenebre? Il contrario non sarebbe pura stupidità?

Questa parabola può insegnarti la saggezza. Gli strumenti, sono i mezzi della salvezza, i comandamenti del Vangelo, i sacramenti della Chiesa, che sono stati posti a disposizione di ogni cristiano fin dal santo battesimo. Inutilizzati, non serviranno a nulla. Ma adoperati con discernimento, ti permetteranno di aprirti la via verso la libertà e la luce.

«È necessario attraversare molte tribolazioni per entrare nel Regno di Dio» (At 14,22). Noi dobbiamo, come l’uomo rinchiuso in un sotterraneo, rinunciare a riposarci, a dormire, a darci al buon tempo; come lui, dobbiamo restare svegli e sfruttare al massimo tutti gli istanti che gli altri uomini passano a dormire o ad occuparsi di quisquiglie. Non dobbiamo deporre la pala o il piccone, che significano la preghiera, il digiuno, le veglie e tutte le altre attività con le quali mettiamo in pratica quello che il Signore ci ha comandato (Mt 28,20). E se il nostro cuore trova difficoltà ad accettare questa disciplina, dobbiamo adoperare tutta l’energia della nostra volontà per sforzano a sottomettervisi, se vogliamo uscirne fuori.

Quale compenso otterrà il nostro prigioniero? Si può dire che otterrà un compenso qualsiasi?

Il suo stesso lavoro sarà la sua retribuzione; essa consiste nell’amore della libertà che sperimenta in se stesso, nella speranza e nella fede che gli hanno fatto prendere in mano gli strumenti. Man mano che lavora, la speranza, l’amore e la fede crescono; più è attivo, e meno risparmia la fatica, più aumenta la sua ricompensa. Egli si considera come un prigioniero in mezzo ad altri prigionieri; ai propri occhi non si separa dai suoi compagni; è un peccatore fra i peccatori, nelle viscere della terra. Ma mentre gli altri, rassegnati e senza speranza, dormono o giocano alle carte per passare il tempo, lui va avanti deciso e lavora. Ha trovato un tesoro, ma l’ha nascosto di nuovo (cf. Mt 13,44); egli porta, nascosto in sé, il Regno di Dio, cioè l’amore, la fede, la speranza di arrivare un giorno fuori, all’aria libera. Per il momento, certo, non intravede la vera libertà che in uno specchio (1 Cor 13, 12); ma nella speranza, egli è già libero: «Nella speranza noi siamo già salvati» (Rom 8,24). Tuttavia l’apostolo aggiunge: «Ma vedere ciò che si spera, non è più sperare», per farci meglio afferrare la portata di ciò che precede. In effetti, quando il prigioniero ha ottenuto la libertà e la vede faccia a faccia, non è più prigioniero fra gli altri, sulla terra. Egli si trova ormai nel mondo della libertà, di quella libertà in cui Adamo era stato creato e che ci è stata restituita nel Cristo.

Come il prigioniero, noi siamo già liberi nella speranza; ma il compimento della nostra salvezza è situato al di là di questa vita terrestre. Soltanto allora noi potremo dire definitivamente: «Sono salvo!». In realtà, il comando di essere perfetto come il Padre nostro celeste è perfetto (cf. Mt 5,48) non può trovare quaggiù, sulla terra, il suo pieno compimento nell’uomo. Allora, perché ci è stato dato? I santi ci rispondono: Perché possiamo incominciare fin d’ora il nostro lavoro, ma tenendo l’eternità davanti allo sguardo.

La libertà è lo scopo dell’uomo; ma egli non può darsela da sé, né riceverla dal suo prossimo; solo in Dio potrà ottenerla, ci dice il vescovo s. Teofano.

Difatti, l’invito alla libertà prende questa forma: «Pentitevi! ». E il Signore ci rivolge questo appello: «Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò» (Mt 11,28). Di quale fatica qui si tratta? Di quella che ci addossiamo per assicurare la nostra felicità temporale? E di quale peso si tratta? di quello delle preoccupazioni e degli affanni terreni? Assolutamente no, ci rispondono i santi. Ed è per questo che il Signore aggiunge: «Prendete su voi il mio giogo e venite alla mia scuola; da me, che non ho mai pensato al mio benessere temporale, né portato il peso delle preoccupazioni di questo mondo, durante la mia vita terrena» (cf. Mt 11,29 s.).

Ma che cosa otterranno coloro che si affaticano per la propria salvezza e vanno curvi sotto il fardello dell’opposizione del mondo, sia di dentro che di fuori? interiormente ed esteriormente, nello stesso tempo? Quale sarà la sorte di coloro che prendono su di sé il giogo del Cristo, vivono come egli ha vissuto, e si mettono così alla scuola non degli uomini, né degli angeli, né dei libri, ma del Signore stesso? che sono istruiti, in fondo al cuore, dalla sua stessa vita, dalla sua luce e dalla sua azione? che possono anch’essi dire: Io sono dolce e umile di cuore, non ho alta stima di me stesso, né di ciò che posso dire o fare? Tutti costoro troveranno il riposo dell’anima. Il Signore stesso glielo donerà. Essi saranno liberati dalle tentazioni, dalle angustie, dalle umiliazioni, dallo scoraggiamento, dall’ansietà, e da tutto ciò che turba il cuore umano. Questa è l’interpretazione di s. Giovanni Climaco (Scala, grad. 25,4).

Proponendola, egli parla da cristiano a un cristiano. Poiché l’esperienza rivela ogni giorno di più, ad un cuore ricreato dalla grazia, che il giogo del Signore è leggero per coloro che lo amano. Ma solo «chi persevererà sino alla fine sarà salvato» (Mt 10,22), e non quelli che si scoraggiano e sono negligenti. La promessa del Signore non è per costoro. Non dobbiamo dunque mai stancarci. Siamo fermi, irremovibili, sempre in progresso nell’opera del Signore, sapendo che in lui il nostro lavoro non è vano (1Cor 15-58).

Una volta che abbiamo incominciato, non smettiamo più di dedicarci alle opere di una sincera conversione. Fermarsi sarebbe indietreggiare.





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