

Crocefisso di
San Damiano in Argento

Foderina per la
Liturgia
delle Ore in 4
volumi
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Il combattimento
interiore non è che un mezzo a servizio di un
fine
Man mano che ti affranchi dalle catene esteriori,
ti scio gli al contempo dai legami interiori;
emancipandoti dalle preoccupazioni del di fuori,
liberi il tuo cuore anche dalle angustie del di
dentro. Di conseguenza, il rude combattimento che
sei costretto a sostenere non è che un mezzo: in
quanto tale, non è né buono né cattivo; i
santi lhanno spesso paragonato ad una
terapia medica. Sebbene sia molto penoso
assoggettarvisi, tuttavia essa è un mezzo per
riacquistare la salute.
Ricordati sempre che non fai un qualcosa di
virtuoso sforzandoti di dominarti. Che vi è,
infatti, di virtuoso, quando si è caduti, per
propria negligenza, in una galleria sotterranea,
nel prendere la pala e il piccone per sforzarsi
di uscirne? Non è, al contrario, più che
naturale utilizzare gli strumenti che ti passa
qualcuno che si trova al di fuori, per uscire da
quellatmosfera soffocante e da quelle
tenebre? Il contrario non sarebbe pura stupidità?
Questa parabola può insegnarti la saggezza. Gli
strumenti, sono i mezzi della salvezza, i
comandamenti del Vangelo, i sacramenti della
Chiesa, che sono stati posti a disposizione di
ogni cristiano fin dal santo battesimo.
Inutilizzati, non serviranno a nulla. Ma
adoperati con discernimento, ti permetteranno di
aprirti la via verso la libertà e la luce.
«È necessario attraversare molte tribolazioni
per entrare nel Regno di Dio» (At 14,22). Noi dobbiamo, come luomo
rinchiuso in un sotterraneo, rinunciare a
riposarci, a dormire, a darci al buon tempo; come
lui, dobbiamo restare svegli e sfruttare al
massimo tutti gli istanti che gli altri uomini
passano a dormire o ad occuparsi di quisquiglie.
Non dobbiamo deporre la pala o il piccone, che
significano la preghiera, il digiuno, le veglie e
tutte le altre attività con le quali mettiamo in
pratica quello che il Signore ci ha comandato (Mt 28,20). E se il nostro cuore trova
difficoltà ad accettare questa disciplina,
dobbiamo adoperare tutta lenergia della
nostra volontà per sforzano a sottomettervisi,
se vogliamo uscirne fuori.
Quale compenso otterrà il nostro prigioniero? Si
può dire che otterrà un compenso qualsiasi?
Il suo stesso lavoro sarà la sua retribuzione;
essa consiste nellamore della libertà che
sperimenta in se stesso, nella speranza e nella
fede che gli hanno fatto prendere in mano gli
strumenti. Man mano che lavora, la speranza,
lamore e la fede crescono; più è attivo,
e meno risparmia la fatica, più aumenta la sua
ricompensa. Egli si considera come un prigioniero
in mezzo ad altri prigionieri; ai propri occhi
non si separa dai suoi compagni; è un peccatore
fra i peccatori, nelle viscere della terra. Ma
mentre gli altri, rassegnati e senza speranza,
dormono o giocano alle carte per passare il tempo,
lui va avanti deciso e lavora. Ha trovato un
tesoro, ma lha nascosto di nuovo (cf. Mt 13,44); egli porta, nascosto in sé, il
Regno di Dio, cioè lamore, la fede, la
speranza di arrivare un giorno fuori,
allaria libera. Per il momento, certo, non
intravede la vera libertà che in uno specchio (1 Cor 13, 12); ma nella speranza, egli è già
libero: «Nella speranza noi siamo già salvati»
(Rom 8,24). Tuttavia lapostolo aggiunge:
«Ma vedere ciò che si spera, non è più
sperare», per farci meglio afferrare la portata
di ciò che precede. In effetti, quando il
prigioniero ha ottenuto la libertà e la vede
faccia a faccia, non è più prigioniero fra gli
altri, sulla terra. Egli si trova ormai nel mondo
della libertà, di quella libertà in cui Adamo
era stato creato e che ci è stata restituita nel
Cristo.
Come il prigioniero, noi siamo già liberi nella
speranza; ma il compimento della nostra salvezza
è situato al di là di questa vita terrestre.
Soltanto allora noi potremo dire definitivamente:
«Sono salvo!». In realtà, il comando di essere
perfetto come il Padre nostro celeste è perfetto
(cf. Mt 5,48) non può trovare quaggiù, sulla
terra, il suo pieno compimento nelluomo.
Allora, perché ci è stato dato? I santi ci
rispondono: Perché possiamo incominciare fin
dora il nostro lavoro, ma tenendo
leternità davanti allo sguardo.
La libertà è lo scopo delluomo; ma egli
non può darsela da sé, né riceverla dal suo
prossimo; solo in Dio potrà ottenerla, ci dice
il vescovo s. Teofano.
Difatti, linvito alla libertà prende
questa forma: «Pentitevi! ». E il Signore ci
rivolge questo appello: «Venite a me, voi tutti
che siete affaticati e oppressi, e io vi
ristorerò» (Mt 11,28). Di quale fatica qui si tratta? Di
quella che ci addossiamo per assicurare la nostra
felicità temporale? E di quale peso si tratta?
di quello delle preoccupazioni e degli affanni
terreni? Assolutamente no, ci rispondono i santi.
Ed è per questo che il Signore aggiunge:
«Prendete su voi il mio giogo e venite alla mia
scuola; da me, che non ho mai pensato al mio
benessere temporale, né portato il peso delle
preoccupazioni di questo mondo, durante la mia
vita terrena» (cf. Mt 11,29 s.).
Ma che cosa otterranno coloro che si affaticano
per la propria salvezza e vanno curvi sotto il
fardello dellopposizione del mondo, sia di
dentro che di fuori? interiormente ed
esteriormente, nello stesso tempo? Quale sarà la
sorte di coloro che prendono su di sé il giogo
del Cristo, vivono come egli ha vissuto, e si
mettono così alla scuola non degli uomini, né
degli angeli, né dei libri, ma del Signore
stesso? che sono istruiti, in fondo al cuore,
dalla sua stessa vita, dalla sua luce e dalla sua
azione? che possono anchessi dire: Io sono
dolce e umile di cuore, non ho alta stima di me
stesso, né di ciò che posso dire o fare? Tutti
costoro troveranno il riposo dellanima. Il
Signore stesso glielo donerà. Essi saranno
liberati dalle tentazioni, dalle angustie, dalle
umiliazioni, dallo scoraggiamento,
dallansietà, e da tutto ciò che turba il
cuore umano.
Questa è linterpretazione di s. Giovanni
Climaco (Scala, grad. 25,4).
Proponendola, egli parla da cristiano a un
cristiano. Poiché lesperienza rivela ogni
giorno di più, ad un cuore ricreato dalla grazia,
che il giogo del Signore è leggero per coloro
che lo amano. Ma solo «chi persevererà sino
alla fine sarà salvato» (Mt 10,22), e non quelli che si scoraggiano e
sono negligenti. La promessa del Signore non è
per costoro.
Non dobbiamo dunque mai stancarci. Siamo fermi,
irremovibili, sempre in progresso nellopera
del Signore, sapendo che in lui il nostro lavoro
non è vano (1Cor 15-58).
Una volta che abbiamo incominciato, non smettiamo
più di dedicarci alle opere di una sincera
conversione. Fermarsi sarebbe indietreggiare.
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