

Crocefisso di
San Damiano in Argento

Foderina per la
Liturgia
delle Ore in 4
volumi
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I peccati degli altri e
i nostri
Hai preso ora coscienza della tua miseria, della
tua povertà, della tua malizia; per questo gridi
verso il Signore come il pubblicano: «O Dio,
abbi pietà di me, peccatore! » (Lc 18,14). E
puoi aggiungere: «Io sono anche peggio del
pubblicano, perché non posso impedirmi di
guardare con disprezzo il fariseo, e il mio cuore
si inorgoglisce dicendo: Ti ringrazio che
io non sono come lui!».
Ma, ci dicono i santi, quando avrai constatato il
nerume del tuo cuore e la fralezza della tua
carne, perderai ogni voglia di giudicare il tuo
fratello. Al di là della tua personale caligine,
vedrai allora la luce celeste brillare in tutte
le creature, che ne portano riflesso lo splendore;
poiché non ti sarà più possibile star a
guardare i peccati degli altri, quando i tuoi
sono così grandi. In effetti, proprio quando
tendi con ardore verso la perfezione, incominci a
scoprire la tua imperfezione. E solo se avrai
visto quanto sei imperfetto, la perfezione ti
diventerà accessibile. Così la perfezione
scaturisce dalla debolezza. E allora otterrai
quello che s. Isacco il Siro assicura a chi
perseguita se stesso: «Il tuo nemico sarà volto
in fuga al tuo solo avvicinarti ».
Di qual nemico parla qui il santo? È evidente:
di colui che prese un giorno la forma di serpente
e che, da allora, suscita in noi il malcontento,
linsoddisfazione, limpazienza, la
precipitazione, la collera, linvidia, la
paura, lansietà, lodio,
labbattimento, lindolenza, la
tristezza, il dubbio, e tutto quello che ci
avvelena lesistenza e si radica nel nostro
amor proprio e nella compassione verso noi
medesimi.
Come dunque potrebbe volere che gli altri gli
obbediscano, colui che constata, con la profonda
sofferenza che lamore ispira, che egli non
obbedisce al suo Signore? Come, allora, potrebbe
turbarsi, spazientirsi, andare in collera, se
tutto non va secondo i suoi desideri? Un tale
uomo si è abituato, con un lungo esercizio, a
non desiderare più niente, e, come spiega
labate Doroteo, a colui che non ha più
desideri, tutto va per il verso. La sua volontà
si è pienamente adattata a quella di Dio, e
tutto ciò che egli domanda, lottiene (cf.
Mc 11,24).
Può forse provare invidia colui che, ben lungi
dal volersi innalzare, è cosciente delle proprie
deficienze e pensa che gli altri meritano più di
lui stima e considerazione? Può provare timore,
angoscia o ansietà, colui che, come il ladrone
in croce, vede in tutto ciò che gli capita il
giusto salario delle sue azioni (Lc 23,41)? La
sciatteria lo abbandona, perché egli ne
smaschera e insegue in se stesso, continuamente,
le minime tracce. Labbattimento scompare,
perché come potrebbe essere buttato a terra
colui che se ne sta senza posa prostrato nel suo
spirito? Il suo odio ormai è tutto rivolto
contro il male che porta in sé e che gli
impedisce di vedere con limpidezza il Signore;
egli odia davvero la propria vita (Lc 14,26).
Non è più accessibile al dubbio, perché ha
gustato e ha visto quanto il Signore è buono (Sai
34,8); è solo il Signore che lo sostiene. Il suo
amore si dilata incessantemente, e con esso, la
sua fede. Egli raccoglie il frutto
dellumiltà. Ma tutto questo non si trova
che sulla via stretta, e sono pochi quelli che la
imboccano (Mt 7,14).
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